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sòne:

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[…] Nel viaggio di Daniel, per le vie e nelle case del paese, tutti i pietrapaolesi fanno risuonare la loro voce (anche il signore che suona la pancia), spesso cantando in dialetto; e la presa diretta, senza recitazione, conferisce a tutti gli attori il medesimo valore, in quanto ciascuno è un tassello necessario alla costruzione di un patrimonio collettivo di storie.

[…] Il racconto, come accade nei sogni e nei ricordi, è spesso frammentario, ma questa non è una mancanza, piuttosto una necessità per chi si mette in “ascolto” di tutte le voci di questo piccolo mondo, senza esclusioni e senza ricorrere a un artificiale intreccio unificante.

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Opera prima dell'artista visivo Daniel Kemény, il documentario sòne: ci porta a Pietrapaola, un paesino tra la Sila e lo Ionio, dove il regista ha trascorso la sua infanzia. Questo nucleo del cosentino negli ultimi quarant'anni si è svuotato, come è accaduto in gran parte dell'entroterra del Meridione. Daniel, che è anche una delle principali voci narranti, si aggira tra le sue strade deserte, chiama per nome i suoi abitanti e imita la voce dei vari venditori ambulanti, per ritrovare il luogo della sua memoria, per rompere il silenzio. Perché il silenzio non esiste, come dichiara in calce all'opera, dedicata al compianto ingegnere del suono di questo film, Christophe Giovannoni (candidato al David per Lazzaro Felice).

Kemény non è sospinto solo da un progetto autobiografico, ma anche dall'urgenza morale di ritrovare un mondo che non c'è più: si mette davvero a testa in giù, perché nel presente non riconosce più i suoi ricordi. Così attraverso la musica che si suonava in paese, attraverso i suoni del luogo, il regista-narratore accompagna lo spettatore alla riscoperta di un passato che, tra mangianastri vetusti ed esodo di abitanti, sta per disperdersi per sempre, come quei palloni – i Super Santos – compagni d'infanzia, che in diversi momenti del film rotolano incessanti giù dai vicoli e chissà dove vanno a finire. Palloni che sbucano inaspettati, con sapiente montaggio, e sembrano ora linfa che scappa dal villaggio-corpo che si svuota, ora giganti insetti rossi impazziti che scendono a valle, senza mai tornare indietro.

Il film non celebra tanto il valore estetico della musica, che è comunque piacere, bellezza, come dichiara Nicola, l'appassionato chitarrista di ottantasette anni, vera guida del regista. Non siamo di fronte a un nuovo Buena Vista Social Club. L'opera valorizza piuttosto la musica come custode privilegiata delle tradizioni, dell'identità di un paese. Nella Pietrapaola dei tempi andati – come del resto nel karaoke attuale di un bar del paese o nelle canzoni del gruppo folk Tury Band – la musica era innanzitutto accompagnamento della voce, raccontava storie, perché era presente nei momenti più importanti dell'esistenza. È così per la banda che suona ai funerali, agli incontri sportivi, ai cortei; per la chitarra battente di Turuzzo, destinata alle serenate a un' innamorata; per il coro di donne inneggianti a Santa Lucia.

Il paese diventa allora un grande palcoscenico: le finestre delle abitazioni si spalancano e i componenti della banda cittadina si esibiscono. Non c'è distinzione tra professionisti e dilettanti, tra protagonisti, comprimari e comparse. Nel viaggio di Daniel, per le vie e nelle case del paese, tutti i pietrapaolesi fanno risuonare la loro voce (anche il signore che suona la pancia), spesso cantando in dialetto; e la presa diretta, senza recitazione, conferisce a tutti gli attori il medesimo valore, in quanto ciascuno è un tassello necessario alla costruzione di un patrimonio collettivo di storie. E insieme ai vicoli, ai balconcini, alle rocce intorno al paese, alle panchine, restituiscono l'anima del luogo quei suoni quotidiani, che l'attenzione del regista per i dettagli sa rendere speciali, catturandoli nel fluire di un'esistenza lenta, lentissima, quasi ferma nel tempo. Infatti la calma, che caratterizza le prime sequenze del film, disorienta inizialmente lo spettatore, ma poi lo ipnotizza, avvincendolo con il ritmo di vita semplice di questo luogo, dove operosità e sobrietà si armonizzano. Sembra di essere in una dimensione lontana dal presente frenetico, avido, che senza scrupoli si è portato via, per derubarlo di pochi euro, il pensionato Guarino Caliò. Viene ritrovato in un fosso, il vecchio Guarino, quasi fosse il Nannarello della processione di Carnevale, che annualmente finisce in un falò, come suggerisce il montaggio parallelo dei due fatti, raccontati da un personaggio-narratore che ne parla in prima persona.

Nell'eterogeneità di soluzioni tecniche, spicca la ricercatezza quasi pittorica e metaforica delle inquadrature fisse: le donne che piangono il defunto Canio, rigide nella postura e quasi atoniche, in piedi, davanti a una parete spoglia, tappezzata di cornici vuote; oppure il giovanissimo suonatore di flicorno che si esibisce nel "Libiamo i calici" da La Traviata all'aperto, mentre in secondo piano stanno i suoi genitori più emozionati di lui, e sullo sfondo, in lontananza, l'orizzonte marino.

Dai richiami dei pastori al torchio che spreme le vinacce, dalle campane della chiesa ai campanacci delle capre accordati dal loro pastore, il racconto, come accade nei sogni e nei ricordi, è spesso frammentario, ma questa non è una mancanza, piuttosto una necessità per chi si mette in “ascolto” di tutte le voci di questo piccolo mondo, senza esclusioni e senza ricorrere a un artificiale intreccio unificante. Come il pallone solitario che, verso la fine del film, rotola inarrestabile giù per i vicoli, anche Nicola, l'anziano narratore, dovrà lasciare la casa e gli oggetti di sempre, per trasferirsi altrove. La Timpa, la roccia del Castello di Pietrapaola che – secondo la leggenda – si nutre dei ricordi delle persone per mantenersi forte, grazie a questo prezioso documentario non sarà afflitta dalla dimenticanza e non si sbriciolerà. Con delicatezza e creatività, questo cinema intelligente ci indica la strada affinché le rocce rimangano salde e, con loro, quel passato che custodiscono e che ci costituisce.

First published: January 22, 2021

sòne: | Film | Daniel Kemény | CH-IT 2020 | 75’ | Solothurner Filmtage 2021

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