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Lazzaro felice

[…] È proprio alla tradizione così importante in Italia della santità come purezza, innocenza, semplicità, che si riallaccia la regista italo-tedesca, facendo riemergere una voce lontana e possente dell’immaginario e della coscienza storica degli italiani.

[…] Quel che decisamente convince e bilancia bene la densità dei temi trattati nel film è – ancora una volta – la figura di Lazzaro e soprattutto come essa contagi il film, anche formalmente, con un respiro diverso da quello incalzante di una storia di fatti e azioni.

Lazzaro felice è inizialmente un film di immersione, immersione in una contrada isolata del Lazio in cui una famiglia-villaggio è interamente “proprietà” di una marchesa latifondista. I confini temporali sono vaghi, dal momento che lo stato di vita brado, schiavista, ha ridotto l’umano ad uno stato talmente minimo da risultare universale. Estremo realismo e attenzione al dettaglio – a cui contribuisce un’attenta ricostruzione della vita rurale italiana del passato (antico e recente insieme) – e universalità storica costituiscono la precisa combinazione che Alice Rohrwacher adotta per raccontare la sua storia. E si tratta di una storia fatta di personaggi ben definiti, ai limiti della caricatura, che si nutrono di tutto l’immaginario cinematografico, in particolare di quello del neorealismo italiano.

È così che il film si stacca progressivamente dalla tonalità documentaria delle sue prime battute per assumere gli stilemi di un racconto metaforico che si annoda attorno a tematiche di critica sociale. Attraverso l’intelligente collocazione della narrazione negli anni Novanta – tardissimo per una realtà sociale fatta di proletariato, di sfruttamento, di superstizione, ma anche non inverosimile, non ultimo considerata l’esperienza più o meno diretta della regista cresciuta nella provincia umbra – la storia diventa immediatamente una denuncia della recentissima arretratezza e povertà di molte zone rurali italiane. Con ciò diventa anche e soprattutto un giusto memento a chi oggi con tanta leggerezza esclude e rifiuta la realtà dei “nuovi” migranti in un Paese di migrazione come l’Italia. L’evoluzione temporale della narrazione di Lazzaro felice fino ai giorni nostri renderà ancora più acuta e complessa questa denuncia, traducendola in altre forme di sfruttamento e asservimento – urbane e burocratiche – ma sostanzialmente mantenendo inalterato il dato del classismo.

Se questi elementi di critica sociale riescono a brillare senza risultare mai pedanti è perché la storia che ci racconta Alice Rohrwacher è letta attraverso il costante contrappunto della figura di Lazzaro (Adriano Tardioli), un ragazzo semplice e buono fino all’estremo. E l’estremo è quello del ridicolo e dell’incredibile, un incredibile che lo rende stupido o santo. D’altronde queste due ultime categorie hanno tradizionalmente molti punti di contatto, foss’anche solo la comune radice dello stupore esistenziale. È proprio alla tradizione così importante in Italia della santità come purezza, innocenza, semplicità, che si riallaccia la regista italo-tedesca, facendo riemergere una voce lontana e possente dell’immaginario e della coscienza storica degli italiani. In Lazzaro ciascun italiano non potrà non riconoscere una figura familiare e forse dimenticata, che ha comunque attraversato tutta la storia popolare italiana fino a costituirne un marchio identitario.

Rohrwacher sa mobilitare questa voce profonda dell’italianità anche grazie a un mirabile lavoro di recupero iconografico, perché è la pittura classica a pulsare continuamente nella costruzione delle scene di Lazzaro felice – fino a travasare poi nei molteplici riferimenti cinematografici. Dal paesaggismo a Olmi, dai macchiaioli a Rossellini, dal verismo a Pasolini, questo film raccoglie un’eredità lunga e varia, che pure si coagula attorno all’elemento del popolare – ed anche gli spunti religiosi sono letti in chiave esclusivamente popolare. A questo proposito, va però precisato che il discorso di Rohrwacher sul popolare si mantiene lucido e riesce a non scadere nel buonismo alla De Sica, nel pauperismo compiacente o nel popolaresco folkloristico (pur qualche volta ammiccando alle tentazioni di questi “falsi amici” del popolare). Se si vuole rintracciare un difetto – più di tonalità che di contenuto – sarebbe in un atteggiamento narrativo a volte troppo esplicito, quasi didattico, alla Edmondo De Amicis.

Quel che decisamente convince e bilancia bene la densità dei temi trattati nel film è – ancora una volta – la figura di Lazzaro e soprattutto come essa contagi il film, anche formalmente, con un respiro diverso da quello incalzante di una storia di fatti e azioni. Rohrwacher introduce momenti di pausa, di contemplazione, silenzi carichi di immagini e suoni. La natura prima e la città dopo non sono presenze laterali ma realtà vive, grandi, dure. Questo respiro permette al realismo di Lazzaro felice di sbalzare ripetutamente in un movimento di trascendimento. La critica (sociale) diventa poesia (universale), da cui guardare di nuovo alla società e all’uomo-lupo che la vive con occhi diversi. La stupefacente stupidità di Lazzaro diventa un’arma di resistenza e di conversione.

First published: October 09, 2018

Lazzaro felice | Film | Alice Rohrwacher | IT-CH-FR 2018 | 125’ | Zurich Film Festival 2018

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