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A Chiara

A Chiara

[…] Al centro del film sta proprio la dialettica fra la famiglia, intesa come luogo protettivo ma chiuso (il vero collante della ‘ndrangheta), e l’individuo, libero di costruire solo in modo indipendente un suo percorso personale.

[…] Carpignano conosce a fondo la realtà che descrive, ma al tempo stesso preserva uno sguardo acuto – perché esterno – sul mondo che ci presenta, raggiungendo straordinari esiti nella caratterizzazione puntuale di un ambiente, mai ricostruito sul set, ma condiviso con attori non professionisti del posto durante le riprese.

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Premiato con l'Europa Cinema Label al Festival di Cannes (2021), A Chiara è un film che conferma l'originalità di stile, di intenti e di metodo del giovane regista italo-americano Jonas Carpignano. Nonostante la tematica affrontata – la 'ndrangheta impegnata nei traffici di droga a Gioia Tauro – il film non rientra nel genere di mafia, perché il regista, pur avendo a cuore quest'argomento, non lo presenta al pubblico tramite l'inchiesta, il documentario, il poliziesco, ma attraverso una storia di formazione incentrata su una figura femminile. E questo punto di vista è raro nei film sulla malavita. La protagonista infatti è la quindicenne calabrese Chiara (un'intensa Swamy Rotolo, migliore attrice al Cairo International Film Festival), che si confronta di colpo con una realtà per lei troppo grande: scopre che suo padre non è la persona che lei credeva di conoscere, e diventa consapevole di aver vissuto per anni nella menzogna.

La virtuosistica fotografia del film (Tim Curtin) si apre con un piano americano su Chiara che si allena, da sola, tra le pareti di una palestra allestita al pianoterra di un condominio di Gioia Tauro e si conclude con un'inquadratura soggettiva di Chiara che, tre anni dopo, a Urbino, si allena a correre, con un gruppo, sulla pista di uno stadio. Nella soggettiva finale il suo sguardo si perde – sfocato – sulla pista, ma l'orizzonte è aperto. Il prologo e l'epilogo del film, paralleli e antitetici, non potevano essere più esemplari nel delineare un percorso di crescita del personaggio. Chiara a Urbino ha di nuovo una casa e degli amici – il governo italiano si era impegnato a farla adottare da una nuova famiglia nelle Marche – e non è più una ragazzina. Non conosce ancora il suo futuro, ma sa di poterne costruire uno, in libertà.

Al centro del film sta proprio la dialettica fra la famiglia, intesa come luogo protettivo ma chiuso (il vero collante della 'ndrangheta), e l'individuo, libero di costruire solo in modo indipendente un suo percorso personale. Lo spettatore segue Chiara nelle sue perlustrazioni notturne e, grazie anche alla scelta della camera a mano (forse utilizzata troppo spesso), si immedesima in questo personaggio fragile e forte. È così quando Chiara si inoltra nel tunnel segreto del padre latitante, o mentre segue il cugino nei meandri del porto più grande del Mediterraneo, o quando raggiunge la Ciambra, un quartiere abitato solo dai Rom. Si stabilisce in definitiva una completa condivisione tra i conflitti interiori, gli interrogativi, i dubbi di Chiara e il pubblico.

Carpignano conosce a fondo la realtà che descrive (ha vissuto per anni a Gioia Tauro), ma al tempo stesso preserva uno sguardo acuto – perché esterno – (si è formato in America) sul mondo che ci presenta, raggiungendo straordinari esiti nella caratterizzazione puntuale di un ambiente, mai ricostruito sul set, ma condiviso con attori non professionisti del posto durante le riprese. Esemplare è la festa per i diciotto anni di Giulia, sorella maggiore di Chiara: una lunga sequenza evidenzia un universo particolare, dove convivono l'atavica unità della famiglia estesa meridionale; una gentilezza di modi lontana dagli stereotipi cruenti della cronaca (Claudio è un padre particolarmente premuroso e Carmela una mamma che ha insegnato alle figlie le buone maniere); la permeabilità al mondo mediatico (la gara di ballo è sulla falsariga di certi programmi televisivi, al ritmo di vecchie musiche pop, e con un'improbabile giuria); la cultura omertosa (i brindisi dei presenti alla festeggiata sono sinceri, ma evasivi). Speculare e in contrasto con questa bellissima sequenza iniziale è quella quasi finale dei festeggiamenti per il diciottesimo compleanno di Chiara a Urbino. È un'Italia di provincia, ma ospitale e dalla ricchezza diffusa, quella che la accoglie calorosamente. La protagonista si trucca e si prepara alla serata come nella sequenza a Gioia Tauro. Tra selfie e screzi con la sorella acquisita Camilla, Chiara si muove in un ambiente nuovo, luminoso, caratterizzato da rapporti cordiali ma asciutti. A differenza che per i festeggiamenti di Giulia, qui non sarà uno dei tanti cugini, ma Camilla, una figura femminile, a pronunciare il discorso per il brindisi, un vero incoraggiamento alla vita e all'intraprendenza della maggiore età.

Il regista non esaurisce però in una dicotomia semplicistica il dilemma di Chiara, che in modo sofferto e solo dopo un tentativo di ritorno al paese d'origine, decide di lasciarsi definitivamente alle spalle il passato. Così le sequenze conclusive del film mostrano un personaggio determinato ma pensoso, aperto a una nuova prospettiva di vita tutta da inventare, ma non dimentico della sua prima famiglia: la soggettiva sfocata della foto di famiglia qui è più eloquente di mille parole. Infatti il film rivela contraddizioni più che offrire risposte. Per esempio, l'intervento goffo e brusco del governo sulla vita di Chiara avrà un buon esito, ma rimarrà lontano dal comprendere le vere difficoltà della ragazza.

Cruciale e al centro del percorso di Chiara sta allora la straordinaria sequenza in cui la ragazza ritrova il padre dopo tante ricerche. Incredula e delusa, l'adolescente aveva già provato a dialogare con la madre (Carmela Fumo) e con la sorella (Grecia Rotolo), in due momenti diversi e molto forti per il realismo dei dialoghi e la grande bravura di tutte e tre le attrici. Poi, in un paesaggio campestre, piovoso, solitario, il padre (Claudio Rotolo sa incarnare benissimo un personaggio ambivalente per tenerezza e durezza) finalmente appare, spuntando da un sotterraneo segreto, il covo dove infine lui e la figlia parleranno, in uno scontro drammatico e serrato tra i loro primissimi piani. Claudio offre una sigaretta a Chiara – prima lei fumava in segreto – come a rimuovere ogni falsità tra loro e ad accettare un confronto tra pari. Ma è amara la delusione della ragazza, che si aspetterebbe un ripensamento, un'ammissione di colpa da parte del padre, mentre dal loro dialogo esce solo rafforzata la divergenza di valori e una separazione insanabile.

La colonna sonora di Benh Zeithin e Dan Romer e un montaggio dinamico (Affonso Goncalves) contribuiscono a mantenere il ritmo del racconto avvincente e rapido, ma non mancano anche lunghe sequenze silenziose, che aiutano lo spettatore a indulgere maggiormente sui dettagli. Un ottimo film che sa coinvolgere lo spettatore mentre solleva un velo su una realtà sociale importante, altrimenti nota solo in superficie e secondo i dati delle cronache.

 

First published: February 16, 2022

A Chiara | Film | Jonas Carpignano | IT 2021 | 121’ | Zurich Film Festival 2021

Best European Film at Festival de Cannes 2021 – Quinzaine des réalisateurs | Golden Eye at Zurich Film Festival 2021

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