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The Assassin

[…] Questi due ritmi, dell’immagine e del suono, collimano con il ritmo propriamente temporale, ugualmente polarizzato, tra un fondo di estrema lentezza e le esplosioni di movimento dei combattimenti. Si tratta del ritmo proprio delle arti marziali, nelle quali l’azione è solo la punta di un enorme iceberg fatto di meditazione.

[…] Sì, è probabilmente l’esperienza del tempo la cifra distintiva di «The Assassin», non solo l’esperienza verace di un tempo distante, ma l’esperienza della distanza stessa propria del tempo. Ancora una volta, un’esperienza che forse solo e specificamente il cinema è capace di darci.

Siamo nel IX secolo, in Cina, all’apogeo della dinastia Tang, un’epoca d’oro della storia cinese, durante la quale hanno vissuto poeti come Li Bai, Du Fu e Wang Wei, o pittori come Han Gan, Zhang Xuan, Zhou Fang. È a questa epoca che si volge Hou Hsiao-Hsien per il suo ultimo film, forse con una certa nostalgia per la vecchia Cina, nient’affatto anomala per un taiwanese come lui. Il punto di vista su questa epoca è quello di una provincia, Weibo, prossima alla ribellione contro il governo centrale di Chang’an. Ci troviamo dunque al cuore di un impero florido, incredibilmente esteso, nel momento cruciale in cui i primi germi di disgregazione affiorano, un momento tipico e ricorrente nella storia cinese, in cui il potere ha sempre dovuto venire a patti con la sua vastità geografica. Ma quello storico-politico è solo uno dei molti fili che tessono la storia di The Assassin, peraltro un filo difficile da seguire durante il film, per la lunga sequela di nomi e riferimenti attorcigliati nella spirale degli intrighi di corte. Facile è comunque cogliere la centralità della ribellione, che di fatto si ritrova anche sul filo della storia personale e sentimentale dei cugini Yinniang e Tian Ji’an, il cui destino è legato all’intreccio politico dei rapporti tra la capitale e la provincia. Votati al fidanzamento, poi separati, allontanati, si ritrovano infine nella relazione di assassino e vittima designata. Solo la ribellione di Yinniang contro il suo compito omicida, con la quale infine emerge il sentimento e la personalità del singolo, riesce a rompere le catene della ragion di stato – si direbbe quasi che Yinniang sia novella Antigone cinese.

Potrei continuare a raccontare la storia e le storie di questo film, che insieme fanno una trama fitta, o un drappo ben decorato, come se ne vedono a iosa alla corte di Handan. Ma se The Assassin resta iscritto nel profondo dell’animo dello spettatore è soprattutto per la sua estetica e il suo ritmo. Hou Hsiao-Hsien riesce a creare un mondo perfettamente e coerentemente distante dal nostro: la gestualità pacata, i lunghi silenzi, la presenza costante dei suoni naturali, l’illuminazione non artificiale, la natura non addomesticata, la precisa ricostruzione degli ambienti di corte, con le loro decorazioni in legno, i drappi, le tuniche, le acconciature, tutto contribuisce a un’immersione straordinaria di cui solo il cinema è capace. Quel mondo così distante lo possiamo sentire sulla pelle, in quella distanza siamo interamente trasportati, e viviamo come in sogno le gesta epiche di Yinniang. In effetti, pur essendo pienamente immersi nella Cina del IX secolo, il nostro sguardo resta contemplativo e i protagonisti sono ammantati di un’aura mitica: questo effetto è ottenuto da un uso accorto della camera, che si ritrova molto spesso lontana dalla scena, dietro una tenda, dietro gli alberi, come nascosta. In alternanza con i primi piani sui protagonisti, il campo del nostro sguardo è quasi sempre profondo, complesso: è un tableau vivant. Questa alternanza tra immagini-tableaux e primi piani crea un vero e proprio ritmo dell’immagine, il quale è raddoppiato dal ritmo sonoro, fatto di natura e cultura: la predominanza dei suoni e dei rumori naturali è spezzata solo dai dialoghi parchi, condensati, pensati. La parola è sempre collocata al centro di un silenzio ed è precisa, formale, o nel senso del protocollo di corte o nel senso epico della sentenza. Questi due ritmi, dell’immagine e del suono, collimano con il ritmo propriamente temporale, ugualmente polarizzato, tra un fondo di estrema lentezza e le esplosioni di movimento dei combattimenti. Si tratta del ritmo proprio delle arti marziali, nelle quali l’azione è solo la punta di un enorme iceberg fatto di meditazione. Se questo ritmo parla un linguaggio distante, lontano, l’immersione estetica che ci trascina dentro quel ritmo ci permette di viverlo, di farne l’esperienza. E si tratta di un’esperienza rigenerante, fatta di lunghi respiri, un’esperienza del tempo che si potrebbe dire una distensio animi tutta umana, organica, armonica.

Sì, è probabilmente l’esperienza del tempo la cifra distintiva di The Assassin, non solo l’esperienza verace di un tempo distante, ma l’esperienza della distanza stessa propria del tempo. Ancora una volta, un’esperienza che forse solo e specificamente il cinema è capace di darci. Nell’epoca della rimessa in discussione del paradigma dell’immersione cinematografica in favore delle esperienze interattive e multimediali con le immagini in movimento, Hou Hsiao-Hsien ci richiama a vivere il cinema classico nella sua forma più straordinaria e specifica, quella del viaggio nel tempo – il tempo storico e il tempo come tale.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: April 23, 2016

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