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Grozny Blues

[…] Si potrebbe dire che l’intero film è pensato e strutturato come un blues, che ripete il tema della resistenza nelle sue infinite variazioni jazzistiche, quindi variazioni libere, o che cercano di esserlo.

[…] Va difesa con decisione la complessità e la ricchezza documentaria di «Grozny Blues», e va lodato l’apprezabile sforzo – ahimé non abituale nel cinema documentario – di sottrarsi alle nefaste semplificazioni (o semplicismi) del modello giornalistico.

Nicola Bellucci e Lucia Sgueglia viaggiano in Cecenia e si integrano in una città apparentemente dormiente, falsamente riappacificata, sotterraneamente sofferente: Grozny. In un accurato lavoro documentario tocchiamo con mano non solo che le ferite della guerra non possono veramente rimarginarsi, ma soprattutto che una dittatura demagogica può rendere schiavi e far perdere la coscienza, la coscienza dei propri valori, della propria cultura, della propria storia. Queste due facce della triste medaglia cecena costituiscono il doppio tema delle storie raccontate in Grozny Blues: il passato di violenza e ingiustizia e il presente forse ancora più insidioso, perché le nuove armi del potere asservito ai capricci deliranti del despota di Mosca aggiungono la propaganda e la manipolazione delle masse alla semplice repressione delle libertà individuali. Ogni storia parla di una forma diversa di resistenza alla dittatura e il blues che si può ascoltare nell’ultimo locale di musica dal vivo che lotta contro il diktat culturale del potere statale diventa il simbolo di questa resistenza. Si potrebbe dire che l’intero film è pensato e strutturato come un blues, che ripete il tema della resistenza nelle sue infinite variazioni jazzistiche, quindi variazioni libere, o che cercano di esserlo. Infatti, invece di una successione lineare di storie, Bellucci preferisce comporre un mosaico complesso di tessere che si alternano proprio come gli assoli dei singoli jazzmen. Ne risulta un discorso filmico forse non facile, ma che in realtà si presenta come l’unica forma capace di salvaguardare la complessità della realtà cecena contemporanea. Come raccontare altrimenti, ad esempio, la complessità paradossale di un regime che difende le tradizioni nazionali perpetrando allo stesso tempo una russificazione del Paese? E come, se non in modo articolato, raccontare la complessità della situazione degli ex-combattenti per l’indipendenza, che oggi devono riformulare la propria identità dinanzi ad un nemico più subdolo, capace di farli passare per traditori della patria? E come raccontare, ancora, la difficile relazione con i modelli occidentali, nemici della sopravvivenza delle tradizioni cecene, ma allo stesso tempo veicolo di apertura e strumento critico nei confronti della dittatura? Va difesa con decisione la complessità e la ricchezza documentaria di Grozny Blues, e va lodato l’apprezabile sforzo – ahimé non abituale nel cinema documentario – di sottrarsi alle nefaste semplificazioni (o semplicismi) del modello giornalistico. Ancor più se ci troviamo dinanzi a situazioni di sofferenza e ingiustizia, è doveroso sostituire alla consumazione dell’informazione lo studio della realtà. Grozny Blues ci fornisce in questo senso una splendida occasione di avvicinare la realtà cecena contemporanea con occhi attenti, attenti a cogliere la dignità umana e la sua capacità di resistere alla barbarie della prevaricazione.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: May 17, 2016

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