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Yara

Yara

[…] Con il suo spirito indipendente e riflessivo, sarcastico e dolce, Yara è un sottile fiore nel deserto, quasi una fata caduta per caso in un mondo immobile: è la gioventù inconsapevole del suo potenziale.

[…] Infatti il regista riesce a far coesistere abilmente, nella stessa narrazione, finzione e documentario, riducendo al minimo gli elementi che provengono al di fuori della narrazione, come si vede per il suono, che non comprende mai musica extradiegetica: nel film solo versi di animali, il soffiare del vento, le canzoni d’amore arabe intonate da Elias, il suono del ney, il silenzio della vallata.

Sullo sfondo di una stagione, l'estate, colta in tutta la sua prorompente bellezza nella remota valle di Qadisha, nel nord del Libano, il regista iracheno Abbas Fahdel ritrae una stagione della vita, l'adolescenza, in cui il primo amore dei protagonisti, Yara (Michelle Wehbe) ed Elias (Elias Freifer), è scoperta, tenerezza, innocenza.

Yara è un'orfana che vive da sola con la nonna, in una casa raggiungibile solo a piedi o a dorso di mulo, in una vallata ormai disabitata, perché tutti sono emigrati o morti. Il rigoglio della natura incontaminata – vallate verdi, rocce a strapiombo, orizzonti segnati dai monti –, è osservato da più punti della casa di Yara e sembra metafora, per il suo splendore, dell'idillio d'amore che sboccia tra i due giovani. Ma le inquadrature fisse sui gatti che sonnecchiano, sull'asino che si abbevera, sulle capre e le galline che entrano ed escono dal loro recinto, sul cane che abbaia, scene bucoliche che il montaggio ripropone con insistenza nel corso della narrazione da varie angolature, enfatizzano sia il lento alternarsi del giorno e della notte e il graduale variare della luce, sia il contrasto tra lo scorrere del tempo dell'ambiente esterno, sempre uguale a se stesso (come i panni stesi ad asciugare dalle due donne), e invece l'inesorabile cambiamento che avviene nelle persone e nella relazione tra i protagonisti.

Un grande beauty case nero, uno dei vari oggetti del film carichi di funzione drammaturgica – come il cappello a visiera di Elias, la coroncina del rosario della nonna, lo smalto di Yara, etc. – sembra custodire tutta l'identità della ragazzina che, nonostante la desolazione umana che la circonda, mantiene uno straordinario spirito vitale. Serbato come un tesoro, esso racchiude il suo passato e il suo presente: le fotografie dei genitori, dei quali non può avere memoria perché deceduti quando era troppo piccola, e una spazzola con cui compie un rituale quotidiano di narcisistica cura di sé. Con il suo spirito indipendente e riflessivo, sarcastico e dolce, Yara è un sottile fiore nel deserto, quasi una fata caduta per caso in un mondo immobile: è la gioventù inconsapevole del suo potenziale.

Per questo la protagonista si accorge a malapena dell'interesse provato per lei da parte di un giovane del posto, una guida montana, che ama suonare un antichissimo strumento a fiato, il ney, ma che non sa guardare dritto negli occhi, perché rappresenta una cultura rigida, in cui non c'è spazio per libertà e spontaneità; mentre invece è immediatamente attratta da Elias, un giovane che si trova lì di passaggio, e che la colpisce per la sua vivacità, la sua disinvoltura, la sua schiettezza (emblematica la scena del bagno nelle acque della cascata). Quasi incarnazione di un intero Paese sospinto da forze contrastanti, dibattuto fra la nostalgia per il passato e l'incertezza del futuro, fra tradizione e modernità, Yara non riesce ad abbandonare la casa e i luoghi dove vive – per gioco blocca Elias legandone la maglietta a un montacarichi – e non prende sul serio la proposta del ragazzo di seguirlo in Australia, rinunciando così a qualsiasi progettualità e a un amore sincero.

Il Libano, un Paese con una diaspora di milioni di abitanti, è ritratto indirettamente come sfondo rurale di questa storia intima, con le sue tradizioni, il suo stile di vita, le sue contraddizioni. E non è difficile scorgere forse nel personaggio di Elias elementi autobiografici di Fahdel, cresciuto in Iraq ed emigrato a soli diciotto anni in Francia: un artista poliedrico (nel film si occupa anche di montaggio, sceneggiatura, fotografia, produzione, suono), fortemente radicato nel suo paese d'origine, terra al centro di tutti i suoi film precedenti a questo, eppure determinato a scegliere un destino diverso in Europa.

Alla nonna è affidata la funzione di preservare la memoria di una generazione scomparsa, quella dei genitori di Yara. Le due donne coabitano nella stessa casa, ma le loro esistenze si sfiorano appena. La reticenza e il cinismo dell'anziana donna – ha smesso da tempo di guardare le foto dei cari scomparsi – emergono nei brevi, lenti dialoghi con la nipote restituiti in piani-sequenza che somigliano a interviste. Infatti il regista riesce a far coesistere abilmente, nella stessa narrazione, finzione e documentario, riducendo al minimo gli elementi che provengono al di fuori della narrazione, come si vede per il suono, che non comprende mai musica extradiegetica: nel film solo versi di animali, il soffiare del vento, le canzoni d'amore arabe intonate da Elias, il suono del ney, il silenzio della vallata.

L'intensità delle scene incentrate sui protagonisti è valorizzata dalla predilezione per le inquadrature fisse, che riescono ad offrire quasi un ritratto delle figure in primo piano. Tuttavia si tratta proprio di un ritratto distaccato degli innamorati, visto da un osservatore a loro esterno, di cui si percepisce comunque l'occhio discreto, perché l'inquadratura, in Yara, è quasi sempre oggettiva. Sospesa in un presente atemporale, Yara emula Elias, e insieme disegnano i loro nomi e un cuore sulla polvere dei banchi di una scuola abbandonata, frequentata un tempo dal padre di lei. Insieme i due giovani potrebbero scrivere un nuovo presente su un passato ormai morto, ma Yara rimarrà ferma in quella valle, con un fucile appeso al chiodo sopra il suo letto.

Un film contemplativo, capace di toccare il particolare dei luoghi e l'universale di situazioni e sentimenti comuni a diverse culture, intimista come in Rohmer (uno degli insegnanti di Fahdel) e stilisticamente vicino al grande cinema di Ozu.

First published: August 15, 2018

Yara | Film | Abbas Fahdel | LBN-IRQ-FR 2018 | 101’ | Locarno Festival 2018, Concorso internazionale

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