Nella colonia penale
[…] Elemento di grande continuità, tra episodi declinati secondo la sensibilità individuale di ogni regista, è uno stile inaspettatamente omogeneo: asciutto, rigoroso, pulito, mai compiaciuto, in cui però nessuna inquadratura è lasciata al caso.
Text: Maria Di Salvatore
In questo film collettivo quattro giovani registi italiani affrontano il tema delle colonie penali sarde di Isili, Mamone, Is Arenas, ancora operative, a cui si aggiunge l'Asinara, dismessa nel 1998. Ogni regista osserva uno dei diversi istituti penali secondo la sua prospettiva personale. In questi luoghi il paesaggio antropico sembra immutato da secoli, perché l'isolamento geografico ha preservato un'economia primitiva basata su agricoltura e pastorizia; i lavori comunitari invece sono meccanici, come in una catena di montaggio: servire i pasti, riempire forme di formaggio, macellare pecore. Così si susseguono giornate, settimane, mesi, anni di vita di detenuti soggetti a una reclusione basata solo sul lavoro fisico, secondo una concezione rieducativa ottocentesca, che non contempla momenti di aggregazione, di creatività, di individualità.
Questi microcosmi sono osservati però in un'ottica quasi esistenziale, che trascende questioni strettamente sociali o storiche (un richiamo a Franz Kafka, che ha scritto un omonimo racconto?). Si svela così la realtà di un sistema penale desueto, ma non se ne approfondiscono le cause; si suggeriscono legami fra mondi in apparenza distanti: quello dei detenuti, degli agenti, degli animali, tra i quali lo spettatore intuisce l'esistenza di più prossimità di quanta ne appaia in superficie, ma non vengono analizzate le falle di un sistema penale in avaria, perché questo non è il vero obiettivo del film. Elemento di grande continuità, tra episodi declinati secondo la sensibilità individuale di ogni regista, è uno stile inaspettatamente omogeneo: asciutto, rigoroso, pulito, mai compiaciuto, in cui però nessuna inquadratura è lasciata al caso. Veri unificatori dei vari filmati sono probabilmente due sguardi comuni a tutti e quattro gli episodi: quello del montatore, Emanuele Malloci, e quello della fotografa, Federica Ortu.
Nel primo episodio, intitolato “Isili”, nome della sede di una colonia penale dell'entroterra cagliaritano, Gaetano Crivaro presenta un ambiente in cui detenuti e agenti si distinguono solo per l'uniforme, mentre condividono una quotidianità simile, costituita da incombenze ripetitive e da una mancanza di interazione profonda. Inquadrature insolite e spersonalizzanti si soffermano di rado sui volti, mentre viene messo in primo piano un braccio, oppure un busto, escludendo dal campo visi e teste, privando così i corpi di una loro identità. Spesso uomini e animali sono incorniciati dal profilo di una finestra, di una grata, di un'inferriata o di una rete, a sottolineare una condizione di prigionia comune alle pecore, queste ultime ora spinte in una stalla ora selezionate per andare al macello.
Il secondo episodio, “Mamone”, colonia penale che ospita anche un'azienda agricola e di allevamento vicino Nuoro, è affidato alla regia di Silvia Perra. Fin dalla prima sequenza, che mostra una campagna innevata, dove le pecore pascolano libere, dominano sia i campi lunghi, che valorizzano la bellezza dei luoghi, sia le inquadrature fisse su esterni e interni dove prevale il bianco: le pareti asettiche degli spazi comuni, i vapori delle cucine, la nebbia su edifici tetri. Unica nota di colore: le cappelle mariane che fanno capolino nei corridoi o agli angoli di vialetti. Dei quattro filmati forse questo è quello in cui il montaggio è più espressivo. In questo episodio qualche detenuto comincia ad avere un nome, per esempio Mustafa, che dopo nove anni lascia la colonia penale e deve scegliere quali oggetti personali portare con sé per poi salutare i compagni con i quali ha stabilito un rapporto di solidarietà e di complicità. Il loro addio avviene attraverso le sbarre di un cancello, a distanza: uno dei tre detenuti è in piedi, si intravede solo la sua pancia attraverso un'apertura del cancello; gli altri due devono essere in ginocchio, solo così possono mostrare il loro viso. Le barriere fisiche separano corpi ed esistenze, mentre gli agenti svolgono il loro dovere senza coinvolgimento, con lo stesso zelo con cui accudiscono cani e gatti randagi, riservando loro avanzi di cibo.
“Is Arenas”, località tra le montagne e il mare, nelle province di Cagliari e di Oristano, è il titolo dell'episodio di Ferruccio Goia, dove l'attenzione vira sulla condizione dei detenuti di origine straniera, in cui il passato migratorio si confonde con il presente carcerario. Anche qui la qualità del rapporto tra uomo e animale racconta più di quanto sembri: il mandriano si lamenta al telefono con i genitori per come le mucche si ammalino per negligenza; il pastore magrebino, nella solitudine idilliaca del gregge al pascolo, canta e racconta di Ben Guerir e della vera prigionia da cui è scappato. In quest'episodio prevale la scelta dell'inquadratura in controcampo, con il regista posizionato spesso alle spalle di un personaggio, in modo che lo spettatore possa seguirlo per un giorno nella colonia penale, da ospite invisibile.
In “Asinara”, di Alberto Diana, prevale la scelta di inquadrature fisse su paesaggi naturali di rara suggestione, come a celebrare la ritrovata libertà di un luogo un tempo sede di colonia penale. Ma è proprio in un universo selvaggio che emerge la vera natura prevaricatrice dell'uomo. Questa volta è difficile distinguere gli animali liberi, quelli allevati, e quelli che fanno parte del parco faunistico. Gabbie, classificazioni numeriche, coercizioni, caratterizzano il rapporto tra uomini liberi e animali. E se negli anni Novanta arrivavano mamme in visita ai detenuti dopo viaggi estenuanti in aereo, mare, pullman (registrazioni d'archivio delle loro voci riportano le loro esperienze), ora lo stesso percorso viene compiuto a ritroso da greggi di capre che, stipate in un furgoncino, dall'Asinara salpano in traghetto verso un’altra destinazione.
Il filo immaginario che sembrava legare il destino comune a uomini e animali nella colonia penale di Isili, poi di Mamone e infine di Is Arenas, continua all'Asinara, anche se una prigione “fisica” non esiste più: rimane quella creata dalla legge del più forte, quella resistente a qualsiasi legge scritta. Il cerchio infatti si apre con la prima sequenza del film: un'inquadratura in controcampo di detenuti in viaggio in un furgone (Isili) e si chiude con una oggettiva su animali imprigionati in un furgone rinchiuso in un traghetto in partenza, come a dire che certe dinamiche coercitive non mutano sia che le vittime siano uomini sia che siano animali. Questo documentario riesce a dire tutto questo e a immergerci anche nel dettaglio di una quotidianità altrimenti sconosciuta, senza sfoggio di virtuosismi tecnici, ma con una grande perizia nelle tecniche cinematografiche, donando allo spettatore uno sguardo insolito su una realtà altrimenti poco nota.
Info
Nella colonia penale | Film | Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana | IT 2025 | 85’ | Zucchi Award at Semaine de la critique, Locarno Film Festival 2025
First published: August 20, 2025