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Menocchio

Menocchio

[…] Il regista sa catturare l’attenzione dello spettatore fin dalle prime sequenze, perché sceglie di soffermarsi su singoli particolari, il cui significato si rivela al pubblico gradualmente, solo con l’allargarsi dello sguardo della cinepresa, che spesso opta per insolite inquadrature iniziali dall’alto o dal basso.

[…] E questo clero decadente, quasi caricaturale, composto da preti, vicari, frati, eminenze, tutti attenti a preservare la propria posizione di presunta superiorità dottrinale e spirituale nei confronti di un popolo sfruttato e mantenuto ignorante, sembra sbalzato da un quadro di Velázquez, laddove difetti, pallori, rugosità dei visi, sono segni di un malessere dell’anima più che del corpo.

Con una semplicità di linguaggio più efficace di complessi effetti speciali, il regista Alberto Fasulo conduce lo spettatore indietro di cinquecento anni, in un remoto paesino del Friuli, Montereale Valcellina, e porta il cinema italiano a un livello di impegno, serietà e capacità di affabulare ormai raro.

La storia, poco nota fuori dai confini regionali friulani, è quella di Domenico Scandella, detto Menocchio (1532-1600), un mugnaio particolarmente intelligente, che ha imparato a leggere e a scrivere da sé, e diviene un punto di riferimento spirituale nel suo paese, dove cominciano a circolare le sue idee, non allineate a quelle della Chiesa cattolica. La pellicola ci fa conoscere il suo pensiero originale attraverso la storia della sua detenzione, del processo, della sentenza per eresia, fino all'assoluzione per abiura.

Il percorso di Menocchio (un iconico Marcello Martini), dalle tenebre delle prigioni alla luce, bianca, livida e fittizia del mondo fuori, è ricostruito interamente da Fasulo, che ha avuto a disposizione solo i processi dell'Inquisizione – raccolti negli studi dello storico Del Col –, e che poteva optare per il genere documentario o per un'opera di finzione con attori professionisti e una cinematografia classica. Invece si affida a pochi, lunghi piani sequenza (molti in steadycam), dove può indugiare a lungo sui dettagli: primissimi piani di attori non professionisti, espressivi nella loro autenticità di linguaggio – spesso il dialetto – e di emozioni, perché la dimensione umana, il travaglio psicologico di un uomo dibattuto tra la difesa delle proprie idee e l'amore per la vita sanno rendere questa vicenda vicina anche al pubblico contemporaneo.

E la sua storia è approfondita anche attraverso le reazioni e la sofferenza dei familiari: la moglie affettuosa (Nilla Patrizio), i figli (Emanuele Bertossi e Agnese Fior), il prete amico d'infanzia (Mirko Artuso). La scelta di un cast composto per lo più da attori non professionisti (a parte Mirko Artuso e l'inquisitore Maurizio Fanin) è frutto però di una grande ricerca da parte del regista nel suo territorio, ricerca che ha improntato anche tutto il lavoro di ricostruzione storica dei luoghi, dei costumi, delle ambientazioni, condotto con rigore e con soluzioni essenziali. Anche l'intensa colonna sonora di Paolo Forte, apprezzato interprete e compositore di fisarmonica, concorre a rafforzare la dimensione popolare della vicenda.

Il regista sa catturare l'attenzione dello spettatore fin dalle prime sequenze, perché sceglie di soffermarsi su singoli particolari, il cui significato si rivela al pubblico gradualmente, solo con l'allargarsi dello sguardo della cinepresa, che spesso opta per insolite inquadrature iniziali dall'alto o dal basso. È il caso della prima sequenza, che mostra il miracolo di una nascita, quella di un vitellino, cui assiste tutta la famiglia di Menocchio, e che comunica un senso di armonia con il creato e gli esseri viventi, lo stesso che sorregge la spiritualità del mugnaio. Osservatore della natura, egli sostiene che il paradiso è nei bambini che corrono, nel vento che ci accarezza, non in un mondo immaginario che verrà dopo la vita, per lui invenzione di una Chiesa oppressiva e attaccata solo al denaro, e che Gesù e la Madonna erano semplicemente un bambino e una donna, come tutti gli altri.

Attraverso il potere della soggettiva, che rappresenta lo sguardo di Menocchio che indugia su affreschi di papi ingioiellati, in un palazzo sontuoso della Serenissima, in attesa del processo, si esterna al meglio il contrasto fra la visione panteista del protagonista e i dogmi della Chiesa; fra un mondo originato dal caos, dove uomini e Dio sono sullo stesso piano e una società che invece separa ricchi e poveri, confessori e umili contadini. E questo clero decadente, quasi caricaturale, composto da preti, vicari, frati, eminenze, tutti attenti a preservare la propria posizione di presunta superiorità dottrinale e spirituale nei confronti di un popolo sfruttato e mantenuto ignorante, sembra sbalzato da un quadro di Velázquez, laddove difetti, pallori, rugosità dei visi, sono segni di un malessere dell'anima più che del corpo.

Menocchio ha salva la vita, ma uccide le sue idee: dopo un incubo in cui si vede sul rogo, attorniato da figure mascherate che lo prendono in giro e sono pronte ad arderlo, vestigia di rituali più pagani che cristiani, si risveglia e va ad abiurare pubblicamente. E in questi momenti concitati ritorna deformata e macabra l'immagine del vitellino che aveva aperto la pellicola: riappare capovolta nei teschi-maschera di animali che danzano in modo tribale intorno al povero Menocchio e si ripropone distrutta, quando i familiari, in pena per il padre, sacrificano il vitello. Quest'ultima sequenza richiama alla mente dello spettatore il dipinto del "Bue macellato" di Rembrandt. Quindi la morte trionfa sulla vita. Il Dio di Menocchio che era in tutte le cose – «è l'aria, è l'acqua, è il fuoco, è la terra» – è messo a tacere.

L'accanimento degli inquisitori alla ricerca di un nome, di un'origine alle idee di Menocchio non trova risposta, come accade allo storico e allo studioso di oggi, che non trova alcuna opera scritta dall'"eretico" su cui indagare, eccetto i verbali dei processi. Una figura originalissima, il cui pensiero è stato probabilmente alimentato dai primi scritti della Riforma e si è consolidato su una base di credenze popolari che affondano le loro radici anche in filosofie più antiche, come quella dei Catari.

Menocchio è un'opera che incoraggia il pubblico a informarsi di più su questo insolito personaggio; al contempo, è un’opera che appare quanto mai attuale nel suo messaggio, con il suo invito a rispettare la natura, ad amare il prossimo, a creare una società egualitaria, a diffidare di chi predica bene mentre si circonda di beni materiali, a difendere con caparbietà le proprie idee, anche se in contrasto con le tradizioni e il pensiero dominante.

First published: August 11, 2018

Menocchio | Film | Alberto Fasulo | IT 2018 | 103’ | Locarno Festival 2018, Concorso internazionale

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