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Love Me Tender

Love Me Tender

[…] Some undercooked scenes do not fade even with the progress of footage, but here at least they find their place in the company of the irresistibly crazy Barbara Giordano as Seconda, the (as stressed by the director) anti-super-heroine.

[…] La regista spinge le situazioni spesso al limite del verosimile, non solo per alimentare il gioco di equivoci e i colpi di scena divertenti, da commedia, ma soprattutto per descrivere la parabola di emancipazione di Seconda.
[…] La regista sa oscillare sapientemente tra reale e simbolico, fra una scenografia che ricostruisce accuratamente la dimensione squallida di una casa e di un quartiere e una serie di luoghi simbolici.

LINDA KERSNEROVA

Super Blue Riding Hood

In her now home of Switzerland, Peruvian filmmaker Claudia Reynicke strikes back with a second feature film in which, instead of uncovering buried collective crimes (as in Il nido, 2016), she presents a tragicomedy drenched in funereal humour, all in two acts and with a single female protagonist.

The object of interest in Love Me Tender is the casual lunacy of the main character – the fittingly named Seconda, the second of two children whose older sister died in an accident at a young age. The toxic cocktail of her parents’ semi-rational fears and worries over the precious next offspring grows into monstrous proportions in Seconda’s mind long before the opening shot. In the film, we are invited to observe the moment when diving deep into this mixture as well as desperate attempts to find something to hold onto reach their peak.

Separated from the first half of the film by a mini-series of Seconda’s failed attempts to kill herself, the second section is considerably stronger; Reynicke has kitted it out it with several highlights, be it the artless recruitment of a random passer-by for suicide assistance, a particularly creepy and persistent old man and, finally, physical etudes chosen by the filmmaker as a tool for Seconda to process all the layers of psycho baggage that, over the past thirty two years, she had all but disappeared under. Some undercooked scenes do not fade even with the progress of footage, but here at least they find their place in the company of the irresistibly crazy Barbara Giordano as Seconda, the (as stressed by the director) anti-super-heroine.

As for sound and visuals, Love Me Tender is as put together an afternoon Swiss depre-medy as one would expect (and really not more than that), but enriched by some metaphorical winks: obviously dominated by the colour blue and meaning-loaded props (such as a telephone and, well, eggs). This way, the ornate narrative of liberation becomes a little cracked, in the best sense, by the banality of the message. Because, honestly, life simply is a struggle, often with oneself, and going mad definitely is an option. 

(Linda Kersnerova, Locarno Critics Academy 2019)

*

MARIA DI SALVATORE

Love Me Tender, secondo lungometraggio (dopo Il nido, 2016) della regista svizzero-peruviana Klaudia Reynicke, affronta il difficile percorso di crescita di Seconda, una trentenne non ancora indipendente a causa dell'agorafobia di cui soffre. La sceneggiatrice e regista trae spunto dalle difficoltà e dai conflitti interiori vissuti da chi ha questa malattia per costruire un personaggio sensibile e intelligente, verso il quale lo spettatore prova empatia, complice l'uso frequente della soggettiva e un'interpretazione attoriale di grande energia da parte di Barbara Giordano.

Seconda affronta il suo passato: identico il campo lungo in apertura e in chiusura del film con la protagonista che corre in un prato incontro a se stessa bambina scontrandosi con lei. E il pubblico la accompagna in un dramma che all'inizio tocca il baratro della nera disperazione, quando la protagonista si ritrova senza i genitori, incapace di uscire di casa e di sopravvivere da sola, denudata nella sua profonda sofferenza da una cinepresa implacabile nel soffermarsi sui dettagli di un corpo e di un'anima trascurati (notevole la fotografia di Diego Romero Suarez Llanos). Successivamente l'asfissiante monotonia del modesto appartamentino, che per i suoi arredi sembra fermo nel tempo (come la psiche della protagonista…) tra stendini sovraccarichi, lezioni televisive di aerobica nello stile di Jane Fonda, coperte all'uncinetto che rivestono divani consunti, non riesce più a proteggere Seconda, e il mondo esterno irrompe bruscamente nella gabbia in cui vive, mentre anche il film si apre a toni e situazioni da commedia teatrale intrisa di qui pro quo. Un ladro di appartamenti, Santo (il bravo Antonio Bannò), intrufolatosi in casa di Seconda per rubacchiare, appare ai suoi occhi di reclusa in procinto di suicidarsi come suo unico salvatore, di cui si innamora a prima vista; mentre un creditore del padre, Henri, che le lascia messaggi offensivi nella segreteria telefonica, da persecutore diventa spasimante quando la intravede sulla soglia di casa vestita e truccata come una bambola.

Lo sguardo innocente e infantile di Seconda sulle cose e sulle persone dovrà modificarsi se lei vorrà trovare un suo spazio vitale nella società: l'amante è un ladro e sa ben fingere, mentre il creditore forse potrebbe amarla. Ma nulla è quello che sembra e niente è dato per scontato. Forse Santo sa davvero ascoltarla e capirla: nella toccante sequenza nel bosco in cui riscopre la bellezza della natura, Seconda si libera della tuta blu indossata come un'armatura e vive un momento idilliaco con Santo. Ma lui potrebbe bene essere solo una fugace apparizione, gentile ma ingannatrice. Mentre forse Henri davvero soffre e si tormenta per amore; ma potrebbe fingere anche lui per approfittare della vulnerabilità della donna.

La regista spinge le situazioni spesso al limite del verosimile, non solo per alimentare il gioco di equivoci e i colpi di scena divertenti, da commedia, ma soprattutto per descrivere la parabola di emancipazione di Seconda. Emancipazione rispetto al ruolo assegnatole dai genitori – che dopo la perdita della prima figlia l'hanno protetta/chiusa come nell’acquario del salotto è chiuso quel pesce rosso da guardare e da nutrire – e anche rispetto al ruolo che la società le impone come donna e in cui lei non si identifica. Il lungometraggio tocca così temi universali come la depressione, l'emancipazione femminile, la rottura degli schemi tradizionali nei rapporti tra i sessi, e accusa la società di essere spesso indifferente e crudele, come quei servizi sociali che quando era piccola e innamorata hanno creato uno scandalo intorno a lei, o come il vicinato che, pur sapendo della sua condizione di solitudine e malattia, non si interessa a lei se non per additare, criticare, allontanare la diversità.

La regista sa oscillare sapientemente tra reale e simbolico, fra una scenografia che ricostruisce accuratamente la dimensione squallida di una casa e di un quartiere e una serie di luoghi simbolici: l'acquario maleodorante, il pollaio dove si rinchiude Seconda bambina, il supermercato, i viali grigi e trafficati, l'ospedale accogliente e asettico. La dimensione onirica della scena nel bosco e del vero e proprio sogno in cui Seconda vede familiari e vicini vestiti con la sua tuta blu, tutti identici e intenti a ripetere ininterrottamente i gesti che la inchiodano alla malattia segnano il riscatto della protagonista, finalmente libera di amarsi (love me tender…) e di prendere in mano la sua vita.

First published: August 19, 2019

Love Me Tender | Film | Klaudia Reynicke | CH 2019 | 83’ | Locarno Film Festival 2019

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