Le città di pianura

Sossai riesce nell'intento di centrare una tesi che supera luoghi comuni e pregiudizi, perché riabilita la cultura nel suo nobile ruolo di strumento essenziale per salvaguardare la propria identità.

[…] Eppure l'ironia, la leggerezza dei dialoghi attenuano la severità di un giudizio morale, e il finale aperto, positivo, suggerisce uno spiraglio, un'apertura verso il futuro.

Le città di pianura è un road movie dai tratti originali, ma con le caratteristiche tipiche del suo genere: protagonisti maschili fuori dagli schemi; un racconto che si sbarazza della narrazione classica per assecondare i ritmi di un viaggio sconclusionato tra bar e strade notturne; l'esplorazione della provincia meno conosciuta, qui la pianura veneta, composta da ex-capannoni, villette identiche, viadotti autostradali, come pure angoli intrisi di storia, trattorie nascoste nel verde; infine il girovagare in auto come espediente per sfuggire a una realtà scomoda.

I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, si ritrovano nell'aeroporto sbagliato, privi di una meta, ma il loro viaggio non si interrompe. Anzi, un incontro fortuito li arricchisce di un'improbabile spalla: Giulio, studente di architettura, un “gentiluomo meridionale” serio, che ha poco in comune con il loro atteggiamento disperato e godereccio ma che, nonostante tutto, accetta un loro passaggio. A casa però lui non arriverà, perché decide di condividere le divagazioni della coppia sgangherata alla ricerca di un ultimo drink.

Da questo momento in poi il film cita apertamente uno dei suoi illustri modelli, il capolavoro di Dino Risi Il sorpasso (1962). Se lì il viaggio è soprattutto un percorso di formazione per l'ingenuo Roberto (Jean-Louis Trintignant), soggiogato dal carisma dell'arrogante Bruno (Vittorio Gassman), qui la dinamica tra i tre protagonisti si accresce di un ulteriore elemento: lo scontro tra due generazioni. Infatti i due “anziani” non insegnano al più giovane la saggezza che ci si aspetta tradizionalmente in età matura, ma lo incoraggiano a praticare quella furfanteria e quell'individualismo che li ha sempre caratterizzati. Giulio guarda a questi personaggi con lo stupore e la simpatia con i quali li osserva lo spettatore, ma i danni ambientali, sociali, culturali prodotti da certi comportamenti – sembra suggerire il regista – sono sotto gli occhi di tutti. Il rumore di fondo che caratterizza il film (elicotteri, treni, il cui frastuono copre letteralmente le parole dei personaggi) non è casuale. È quello dei mezzi di trasporto lanciati a gran velocità su terre oggi violentate in nome della stessa corsa al denaro iniziata già quando Carlobianchi e Doriano erano giovani.

Eppure l'ironia, la leggerezza dei dialoghi attenuano la severità di un giudizio morale, e il finale aperto, positivo, suggerisce uno spiraglio, un'apertura verso il futuro. Se il film di Dino Risi si conclude con il tragico incidente d'auto in cui sopravvive solo il giovane, nel film di Francesco Sossai il finale propone una corsa verso la vita. Nel film veneto la strada principale percorsa dai protagonisti non è una via definita, riconoscibile, come l'Aurelia de Il sorpasso, ma è quasi un'idea vagheggiata, come la temibile autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, non ancora realizzata. Nel finale de Le città di pianura, grazie ai suoi due compagni di viaggio, Giulio non perde la sua strada e prende il treno per Verona, dove ha un appuntamento con la ragazza di cui è innamorato. Il film si chiude così con un piano-sequenza sulla Jaguar che corre per affiancare il treno di Giulio, e su un primo piano di Doriano che si sporge dal finestrino per un ultimo saluto, festoso e spensierato, come un bambino in gita scolastica.

Il montaggio e la fotografia, molto aderenti alla verità dei luoghi dove il film è girato – coi pub dove si celebrano riti americani come danze country, ridicoli addii ai nubilati e di pompose feste di laurea, o le televendite improbabili dove si loda la resistenza del legno di un mobilio – a tratti avvicinano il film al genere documentario. Invece lo stato d'animo dei cinquantenni, nostalgici di un'epoca che non tornerà, è reso magistralmente da una colonna sonora originale (del trevigiano Krano, alias Marco Spigariol). Le sue sonorità folk anni Settanta rendono fluidi i frequenti tuffi nel passato, mentre i ritmi lenti e i suoni distorti della chitarra immergono il pubblico nello stato allucinatorio dei protagonisti perennemente ubriachi. La voce in dialetto veneto, infine, rafforza il legame autentico con il territorio.

Sossai opta per dialoghi asciutti, incentrati sulla grande bravura attoriale dei tre protagonisti, e riesce nell'intento di centrare una tesi che supera i luoghi comuni, i pregiudizi e la superficialità dilagante, perché riabilita la cultura nel suo nobile ruolo di strumento essenziale per salvaguardare la propria identità. «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza» sembra ricordarci Giulio, mentre strega tutti con la sua descrizione della tomba Brion o con l'analisi di un dipinto del Settecento, mostrando una competenza che potrebbe salvare la casa del conte decaduto dallo scempio di un ennesimo cantiere in progetto.

Per Le città di pianura di Francesco Sossai, i David di Donatello sono stati otto, e sono stati tutti meritati.

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Le città di pianura | Film | Francesco Sossai | IT 2025 | 98’ | CH-Distribution: Outside the Box

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First published: September 30, 2026