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Il traditore

Il traditore

[…] Per usare le parole di Pier Paolo Pasolini si è di fronte a un cinema che è di «prosa espressionistica», che è ancorato al racconto, a un preciso contenuto, ma sfiora la poesia, per l’attenzione allo stile (e alla dimensione emotiva).

[…] Di un film così, che non santifica Buscetta ma che, sfrondando la sua biografia dai dettagli dei suoi traffici criminali, ce lo presenta nella giusta dimensione di “traditore” anticonformista, ha un gran bisogno l’Italia odierna, assopita per disincanto, delusione e cinismo.

L'ultimo film di Marco Bellocchio conferma lo spirito curioso e innovativo del regista che, sessanta anni dopo il suo rivoluzionario I pugni in tasca (1965), riesce ancora a sorprendere con temi nuovi, pur rimanendo fedele al suo stile. Qui affronta la storia di un pentito, Tommaso Buscetta, che non si sente tale, ma solo tradito dalla nuova Mafia spregiudicata dei Corleonesi e quindi decide di collaborare con la Giustizia, portando, con le sue rivelazioni, a ben 366 mandati di cattura (1984) e, di fatto, svelando per la prima volta – al giudice Giovanni Falcone – la struttura e l'organizzazione di Cosa Nostra.

La prima sequenza, ambientata di notte a Palermo a inizio anni Ottanta, in occasione della festa di Santa Rosalia, in una villa sul mare, tra valzer e musica – una versione decadente dei grandiosi balli del viscontiano Gattopardo –, contiene già tutta la forte tensione che anima il film. I variopinti fuochi d'artificio che solcano il cielo, a siglare con euforia un patto di convenienza tra famiglie mafiose, contrastano con la violenza del rumore della polvere da sparo, così come i brindisi ai futuri guadagni promessi dal traffico di eroina hanno una controparte sinistra nel viso pallido e in astinenza di Benedetto, figlio di Buscetta.

Due elementi mantengono una tensione viva e costante per tutto il film: uno è riconducibile alla centralità dell'azione propria del genere poliziesco in cui si inserisce questo film; l'altro è il forte interesse di Bellocchio per la psicologia dei personaggi, che qui significa spesso un conflitto fra le circostanze esterne e lo stato d'animo del protagonista, tradito nei suoi “antichi” valori mafiosi e lontano dai suoi affetti. Per usare le parole di Pier Paolo Pasolini si è di fronte a un cinema che è di «prosa espressionistica», che è ancorato al racconto, a un preciso contenuto, ma sfiora la poesia, per l'attenzione allo stile (e alla dimensione emotiva). Masino (Tommaso Buscetta), interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino, non si riconosce più nei valori di Cosa Nostra, ormai in mano a Totò Riina, un'organizzazione efferata e avida, che non risparmia dalla vendetta anche i bambini. Così Buscetta diventa una sorta di “conformista” al contrario – solo per solitudine e pensosità ricorda il protagonista dell'omonimo film di Bernardo Bertolucci – per cui risponde ai torti ricevuti (perde i figli e altri membri della famiglia) nell'unica maniera possibile secondo la sua intelligenza: innescando una rivoluzione nel mondo mafioso e scuotendo un sistema che pareva intoccabile.

Di un film così, che non santifica Buscetta ma che, sfrondando la sua biografia dai dettagli dei suoi traffici criminali, ce lo presenta nella giusta dimensione di “traditore” anticonformista, ha un gran bisogno l'Italia odierna, assopita per disincanto, delusione e cinismo. Suscitano nostalgia i notiziari e le reazioni sorprese di giudici e giornalisti dell'epoca di fronte a tanti nomi, tante denunce, perché oggi tutto questo non fa più scalpore. Non stupisce sapere che il film sia stato accolto con applausi alla proiezione in alcune sale di Palermo (toccanti le note del Va', pensiero, mentre si annunciano gli ergastoli dei mafiosi), perché gli spettatori che rivivono attraverso lo schermo delitti e processi avvenuti decenni fa, riconoscono in quest'uomo l'inizio di un possibile cambiamento che non si è compiuto, ma che anzi è stato affondato proprio quando ha toccato l'inquietante rapporto fra Mafia e politica con le accuse di Buscetta a Giulio Andreotti.

L'urgenza morale e l'indagine psicologica sono egualmente prioritarie negli intenti del regista, per cui è difficile distinguere se Il traditore racconti venti anni di vicende giudiziarie italiane attraverso il personaggio di Buscetta o se invece abbia al centro i conflitti interiori di una personalità interessante e i fatti storici facciano invece da sfondo. Bellocchio riesce a comporre delle scene quasi pittoriche: il chiasso e il forzato entusiasmo delle immagini della prima sequenza contrastano con il silenzio surreale del finale, laddove in una notte di luna piena Masino è solo, sul tetto della sua abitazione in Florida, armato di fucile per difendersi, mentre il sonno denso di incubi incalza e lo riporta all'omicidio da lui compiuto anni prima ai danni di un padre, il giorno del matrimonio del figlio, quando la vittima non poteva più portare il figlio con sé, e quindi proteggersi da eventuali sicari. Infatti nel corso del film ricorre di frequente il tema della famiglia intesa come valore, principio degli uomini d'onore di vecchio stampo, e di Masino, soprattutto nel forte legame tra padre e figlio: non solo il rapporto del protagonista con i figli e il rimpianto per averne persi due ammazzati dalla Mafia, ma anche il legame quasi paterno che instaura con il giovane Falcone (Fausto Russo Alesi ne accentua la serietà nella sua interpretazione), cui consiglia proprio di formare una famiglia.

È l'arena del processo a trasformare traditi e traditori in personaggi di un dramma psicologico interpretato con incredibile maestria dai vari attori, in particolare Fabrizio Ferracane nei panni di Pippo Calò e Luigi Lo Cascio in quelli di Salvatore Contorno. Il “confronto” in aula tra Masino e Pippo Calò (uccisore dei figli di Buscetta, che alla sua protezione li aveva affidati quando era partito per il Brasile) sintetizza tutta la delusione, l'amarezza di Masino, tradito da colui che credeva fosse un amico fraterno. Nel volto di Masino c'è un dolore cocente, che ricorda quello di Noodles (Roberto De Niro) nei confronti di Max (James Woods) di C'era una volta in America (1984).

Il regista consegna al pubblico un film epico per l'ampia portata delle vicende storiche e umane che rappresenta, affidandole a un cast artistico e tecnico notevole (riuscita e indimenticabile la colonna sonora di Nicola Piovani). Un po' artefatta e inverosimile la sequenza in cui Masino, torturato e sfatto, è su un elicottero con una pistola puntata alle tempie dalla polizia brasiliana, mentre si trova di fronte la moglie Cristina, che penzola da un altro velivolo, pronta a essere lanciata nel vuoto se lui non si decide a parlare. Ma forse ricordare allo spettatore che si è davanti a uno schermo, che si tratta pur sempre di finzione, serve ad apprezzare meglio un'opera altrimenti pienamente riuscita e assolutamente imperdibile.

 

First published: September 22, 2019

Il traditore | Film | Marco Bellocchio | IT-FR-BRA-DE 2019 | 135’

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