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How to Kill a Cloud

How to Kill a Cloud

[…] E l’esistenza umana ne fa parte e sta in mezzo, fragile, come quell’ombrello rosso e solitario che taglia l’orizzonte in apertura del film, che protegge la protagonista in vari momenti e che spesso appare solo, perso, privo di finalità.

[…] Tuttavia nella seconda parte del film la questione etica che accompagna ogni scoperta scientifica si insinua nella mente di Hannelle come una spina, come una piega di delusione agli angoli di un viso per lo più impassibile.

L'interessante documentario della regista finlandese, vincitore del Premio Zonta per la Semaine de la critique a Locarno, è una piacevole sorpresa per lo spettatore sia per l'insolito tema presentato sia per il suo sviluppo in un'ampia dimensione esistenziale. Fluido e avvincente, il film presenta innanzitutto una realtà che in pochi conoscono e che non è frutto di fantasia: la manipolazione dell'atmosfera da parte degli scienziati per modificare le proprietà delle nuvole e generare pioggia “su richiesta”.

Nello specifico, la regista segue un progetto di ricerca finanziato dagli Emirati Arabi con 1,5 milioni di dollari, per 3 anni, cui partecipano 600 istituzioni e 9 gruppi di studio internazionali. Nato per contrastare la siccità del Paese, il progetto è seguito attraverso gli occhi della scienziata finlandese Hannelle Korhonen, a capo di uno dei gruppi di studiosi. Scorrevole come un film di fantascienza, il racconto si dipana in un'alternanza di dialoghi, primissimi piani della studiosa e sale di conferenze in lussuosi Hotel degli Emirati Arabi, tra fontane e ampie vetrate su metropoli arse dal sole e coperte dalla sabbia.

Un secondo livello di lettura del film è affidato invece alla capacità della regista di condividere con il pubblico la sua fascinazione per le nuvole quali elementi naturali che fin da bambini circondiamo di un'aura di mistero, quasi entità spirituali multiformi. Una voce fuori campo su lunghi piani-sequenza di paesaggi silenziosi rende le nuvole personaggi pervasivi dell'ambiente, ora dominato dal grigio cielo della Finlandia ora dall'accecante biancore dell'Arabia.

A unire concettualmente i due universi geografici sta il deserto: dove cielo e dune si confondono e l'immagine può quasi capovolgersi, perché le forme cangianti di questi due elementi, entrambi composti anche da polvere, si modificano con il vento, ma non svaniscono del tutto. E l'esistenza umana ne fa parte e sta in mezzo, fragile, come quell'ombrello rosso e solitario che taglia l'orizzonte in apertura del film, che protegge la protagonista in vari momenti e che spesso appare solo, perso, privo di finalità. È questo che sembra dirci in fondo la regista, anche quando segue da vicino e con complessità lo stato d'animo, le ambizioni, i dubbi della giovane Korhonen, alle prese con i risvolti non sempre innocui di una scoperta scientifica.

La spinta che ha sempre motivato la protagonista ad essere una ricercatrice nasce dalla volontà di mettere ordine nel caos che ci circonda, di spiegarlo con delle leggi fisiche. È lieta di constatare che, in un Paese dove vige la Sharia, lei possa, seppur donna, svolgere la sua ricerca senza ostacoli. Questo la porta ad accettare con una certa apertura quel mondo che -ci ricorda la voce fuori campo – già nel Medioevo aveva visto fiorire l'algebra, la chirurgia, la ricerca, per merito di capi illuminati.

Tuttavia nella seconda parte del film la questione etica che accompagna ogni scoperta scientifica si insinua nella mente di Hannelle come una spina, come una piega di delusione agli angoli di un viso per lo più impassibile. Già durante la guerra del Vietnam (1967) sulla popolazione locale si erano abbattuti devastanti monsoni, ottenuti manipolando l'atmosfera per causare piogge torrenziali. Un trattato firmato da più di settanta Nazioni aveva fermato da allora la possibilità di ulteriori abusi della scienza da parte del potere. Gli Emirati Arabi non hanno mai firmato quel trattato.

Hannelle Korhonen decide di portare a termine comunque il suo lavoro di scienziata con zelo e scrupolo, ma dietro il successo del suo progetto si nasconde una sconfitta: non è possibile dominare tutto, mettere sempre ordine nel caos, quantomeno in quello della propria storia. Gli sforzi della ricerca non portano sempre ai risultati sperati e, anche quando questo accade, possono essere utilizzati per scopi meno nobili.

In questo finale aperto si ha la sensazione che allo spettatore del documentario rimanga solo un'unica certezza, quella della marionetta di Jago, interpretata da Totò nel poetico episodio Cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini (in Capriccio all'italiana, 1968). Si può solo rimanere incantati a guardare le nuvole, perché la loro essenza ci sfugge. Possiamo solo contemplarle estasiati e, come fa quella marionetta, dichiarare al cielo: «Straziante, meravigliosa bellezza del creato».

 

First published: August 20, 2021

How to Kill a Cloud | Film | Tuija Haltunnen | FI-DK 2021 | 80’ | Locarno Film Festival 2021, Semaine de la critique

Premio Zonta at the Semaine de la critique, Locarno Film Festival 2021

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