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Favela olimpica

Favela olimpica

[…] Gli alberi (di melograno, di alloro, di mango), come quello delle prime immagini del film su cui dei bambini si arrampicano, diventano per lo spettatore un po’ un simbolo di questa resistenza: trapiantati di nascosto di notte, costituiscono un brandello di quella vita libera, comunitaria e umana che, nonostante tutto, si poteva vivere a Vila Autodromo.

[…] Come dichiara l’anziana Dona Dalva, che ha mantenuto sempre un atteggiamento positivo durante la lotta: «I poveri sono come elefanti in un circo con una catena alla gamba: se la muovono possono rovesciare tutto, ma di questa forza non sono sempre consapevoli».

Favela Olimpica è un documentario originale da vari punti di vista. Innanzitutto perché non ricostruisce fatti e non rivisita eventi, ma segue invece le vicende di una comunità proprio nel loro divenire attraverso la voce dei suoi abitanti, senza voci fuori campo. Siamo a Vila Autodromo a Rio, nel 2014, due anni prima dell'inizio dei giochi olimpici del Brasile 2016. Lo spettatore, immerso per tutti i 93 minuti del film in questo lembo di terra, un tempo giungla, affacciato sulla suggestiva baia di Jacarepagua, segue con partecipazione lo strazio di una comunità unita, che in due anni si smembra perché il governo ne demolisce le baracche, in cambio di compensi o di nuove abitazioni in condomini più distanti e asettici, mentre a vista crescono – tra la polvere – palazzi moderni, stadi, viadotti, destinati all'evento internazionale.

Il film del regista svizzero Samuel Chalard ha anche il merito di rivelare che a Rio esistono favela che non sono necessariamente luoghi di crimine e di violenza, ma che hanno il difetto di essere povere e di trovarsi a ridosso di un'area destinata alla speculazione edilizia. Infatti l'unica violenza che si compie è quella della polizia a servizio del sindaco e di interessi economici ancora più grandi. L'ipocrisia di un progetto di "architettura mobile", con stadi che si trasformeranno in scuole, per il bene di un Paese povero come il Brasile, è smascherata dal semplice montaggio del film, che mostra invece un'infanzia priva di scuole adeguate, di livelli igienici minimi (le ruspe demoliscono le case lasciando aperti i tubi dell'acqua potabile che si mescola così a quella degli scarichi), di spazi adeguati (nella favela ognuno aveva un po' di giardino, mentre nei casermoni nuovi si è come in prigione).

Gli alberi (di melograno, di alloro, di mango), come quello delle prime immagini del film su cui dei bambini si arrampicano, diventano per lo spettatore un po' un simbolo di questa resistenza: trapiantati di nascosto di notte, costituiscono un brandello di quella vita libera, comunitaria e umana che, nonostante tutto, si poteva vivere a Vila Autodromo. E non tutte le famiglie accettano di andare via con la promessa del denaro, perché i rapporti umani, il senso di appartenenza, il vicinato, costruiti negli anni, non sono qualcosa che si può comprare e ciascuno reagisce diversamente alla nuova situazione imposta.

Favela Olimpica offre al pubblico l'occasione di riflettere anche sul significato, oggi, dei giochi olimpici, su quanto ormai quest'evento abbia poco in comune con lo spirito che ne ha animato gli inizi nel lontano 776 a.C. e su come ora tocchi a Rio, ma nel 2020 sarà forse Tokyo a soffrire per gli effetti della speculazione e della corruzione legati all'arrivo di fondi dei quali beneficeranno in minima parte le comunità locali. E si può aggiungere che questo problema costituisce una parte del più generale fenomeno della gentrificazione di molti quartieri urbani, che accade un po' ovunque, a discapito dei più poveri, laddove il governo non intende porre alcun tipo di freno e di regolamentazione all'avidità di pochi ricchi investitori.

Il documentario riesce tuttavia a sorprendere il pubblico, che si aspetta una prevedibile sconfitta delle classi più marginali, e si conclude invece gioiosamente. Mentre tutti celebrano l'inizio dei giochi, dal sindaco Paes, ai turisti, ai passanti, c'è un ridotto numero di famiglie rispetto alle 600 originarie di Vila Autodromo, che ha vinto la sua battaglia: potrà rimanere lì, e vivrà in nuove casette unifamiliari che riproducono in parte l'assetto originale della favela. Come dichiara l'anziana Dona Dalva, che ha mantenuto sempre un atteggiamento positivo durante la lotta: «I poveri sono come elefanti in un circo con una catena alla gamba: se la muovono possono rovesciare tutto, ma di questa forza non sono sempre consapevoli».

Un film che ha il merito di rivelare una verità complessa e non sempre sbandierata su Rio 2016 e che ha il pregio di lanciare un messaggio positivo al pubblico, perché sarà proprio la resilienza della comunità di Vila Autodromo nel lottare, nel protestare, nel far conoscere la propria storia, nel raggiungere la stampa e i media mondiali, a rendere possibile un cambiamento che lascia lo spettatore ancora quasi incredulo.

First published: December 11, 2017

Favela olimpica | Film | Samuel Chalard | CH 2017 | 93’ | Locarno Festival 2017, Filmar en América Latina Festival Genève 2017, Human Rights Film Festival Zurich 2017

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