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Surire

[…] Surire è anche un film di rottura, che si insinua come tema parallelo a quello dell’osmosi a partire dal sonoro del film, costantemente vicino alla prospettiva dei pochi uomini presenti nel film, dunque in contrasto netto con le distanze panoramiche che ci restituisce la telecamera.

[…] Con la sua voluta lentezza, con il suo respiro all’unisono con il ritmo degli animali e delle stagioni, Surire prende chiaramente posizione, dalla parte degli Aymara, in un gesto di recupero e testimonianza che passa soprattutto dalle scelte estetiche e narrative del film, prima ancora che da quanto vi è mostrato.

Iván Osnovikoff e Bettina Perut ci immergono a Surire, un altipiano tra il Cile e la Bolivia, salina naturale e riserva naturale. Dal gorgogliare vulcanico dell’acqua alle rocce colorate, dai lama ai fenicotteri, dai pastori al guardiano solitario della riserva, fino al brulichio di sottofondo di autoarticolati e ruspe, Surire è un film di immagini, immagini splendide, esteticamente appariscenti, il cui leitmotiv è il paesaggio, grandioso, smisurato, illuminato dal biancore del sale e dall’azzurro dei 4250 metri. Le immagini derivano dal genius loci e lo esaltano, delineando un film di osmosi con il territorio. Ma Surire è molto più di un documentario naturalistico: innanzitutto perché la telecamera non resta a distanza, nella neutralità dell’osservazione, ma si lascia influenzare dagli spazi e dalla luce del luogo; ma soprattutto perché Surire è anche un film di rottura, che si insinua come tema parallelo a quello dell’osmosi a partire dal sonoro del film, costantemente vicino alla prospettiva dei pochi uomini presenti nel film, dunque in contrasto netto con le distanze panoramiche che ci restituisce la telecamera.

Il rapporto tra l’uomo e la natura è chiaramente l’architrave della narrazione filmica e anch’esso si declina tra osmosi e rottura: l’osmosi si manifesta nei vecchi pastori di Surire, in simbiosi assoluta con i loro animali, tra cura e sfruttamento, e in continuità spesso dolorosa con l’elemento idrico e minerale dell’ambiente. Il guardiano e gli invisibili lavoranti alle mine di borace restano invece distanti, resistono alle avversità dell’ambiente, che sfruttano nella dipendenza da altre terre, quelle urbane lontane da Surire: sono figure della rottura con la natura. L’uomo, così, se ne sta nella sua essenziale ambiguità a fare da cerniera tra la natura e la tecnica. E di questo va e vieni, qualche volta idillico ma per lo più drammatico, si nutre l’intero film, che nell’apparente monotonia della vita sull’altipiano racconta le mille varianti di questo crinale tutto umano tra natura e tecnica, guadagnando così in complessità e finezza.

A Surire la vita quotidiana di chi accetta le condizioni estreme del luogo – la popolazione degli Aymara – è fatta di strategie di sopravvivenza, che vengono da lontano, traghettate dalla tradizione. Senza questa tradizione ci si ritrova nell’incapacità di trovare un equilibrio con il territorio. Ecco, la tensione tra osmosi e rottura si gioca anche sul piano temporale, tra un presente che eredita il passato e uno che invece lo dimentica, tra la lentezza che parla il linguaggio del giorno e della notte, dell’alternarsi delle stagioni, e la cadenza incalzante e incessante del lavoro di sfruttamento del suolo.

Con la sua voluta lentezza, con il suo respiro all’unisono con il ritmo degli animali e delle stagioni, Surire prende chiaramente posizione, dalla parte degli Aymara, in un gesto di recupero e testimonianza che passa soprattutto dalle scelte estetiche e narrative del film, prima ancora che da quanto vi è mostrato. Allora la bellezza si fa nostalgia, il panorama che contempla insieme animali e ruspe si fa denuncia, la lentezza diventa resistenza. Un atteggiamento forse un po’ naïf e sognatore? L’ultima scena, che coglie quattro cicloturisti in mezzo al lago salato, pare rivelare una consapevolezza altra. Quei cicloturisti aderiscono probabilmente a un turismo equo e solidale, e possono facilmente essere gli spettatori ideali di un film come Surire. Alla fine del film ritroviamo noi stessi, in quanto spettatori e turisti insieme, irrimediabilmente estranei a Surire eppure assetati della sua bellezza. Su quest’ultima ambiguità, anch’essa tutta umana, termina questo film maturo, che si tiene tutto tra la bellezza dell’osmosi e il dramma della rottura con la natura.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: September 11, 2016

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