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Rammstein: Paris

[…] L’eccesso non riguarda le canzoni, che paiono composte in modo alquanto standardizzato, bensì si esprime nella ferma volontà di provocare, attraverso parole che inneggiano alla violenza sull’altro, all’umiliazione dell’altro. Più in generale, l’eccesso riguarda principalmente la scenografia, anche attraverso il suo sistematico riferimento a un immaginario fascistoide, sdoganato come un lucrativo made in Germany per clienti fuori dalla storia.

Alla proiezione per la stampa veniamo accolti da un uomo della Securitas, che ci confisca gli smartphones e che piantonerà la sala fino alla nostra uscita dal cinema Houdini a Zurigo. «È una prassi, è sempre così con gli eventi del gruppo Rammstein» – ci dicono i responsabili di sala. Sarà, ad ogni modo questo atteggiamento paranoico e illiberale collimerà perfettamente con quanto mostrato sullo schermo. Nel concerto parigino dei Rammstein (2012) trionfa un’estetica che interpreta ecletticamente i codici dell’immaginario hard rock: atmosfere neogotiche, se non medievali, posture militariste, retorica sessista, celebrazione della violenza in tutte le sue forme, architettura post-industriale, rabbia anarchica con un leitmotiv della sofferenza che non risparmia qualche accesso patetico. L’uso massiccio della pirotecnica aggiunge un tocco teatral-circense a uno spettacolo che si vuole totale, almeno spazialmente. La ricerca della saturazione dei sensi e dello spazio risponde a una poetica dell’eccesso, dell’accecamento, di un orgasmo panico che può sempre essere banalmente interpretato come il classico sfogo del piccolo borghese – incarnato qui dal cantante Till Lindemann, eroe romantico sempre al centro della messinscena. La bomba, l’esplosione, il superamento dei limiti pertengono da almeno un secolo ad una precisa concezione teppista che qui, con il ruolo di assoluto protagonista di Lindemann, si declina in una drammaturgia accentratrice.

Si potrebbe continuare ad analizzare e riflettere su questi codici in fondo triti e ritriti, ormai appannaggio di una cultura minoritaria, adolescente e marginale – e tutta maschile. Ma l’interesse di questo spettacolo sta meno nei valori o nell’estetica che comunica e più nell’eclettismo che la contraddistingue. Sì, perché musicalmente ci troviamo davanti ad un cocktail di scariche hard di bassi, di elettronica tecno e di lirismo vocale insieme; la deformazione del suono e la melodia cantata vanno tranquillamente a braccetto. E teatralmente la simbologia di cuore, fallo, sangue e armi va insieme a scenette da avanspettacolo, ma anche ad effetti speciali di luce e di fuoco. Tanto nella musica quanto nei testi ci sono ben poche sorprese e il gusto della citazione prende il sopravvento, dando all’insieme una tonalità retrò. L’eccesso non riguarda le canzoni, che paiono composte in modo alquanto standardizzato, bensì si esprime nella ferma volontà di provocare, attraverso parole che inneggiano alla violenza sull’altro, all’umiliazione dell’altro. Più in generale, l’eccesso riguarda principalmente la scenografia, anche attraverso il suo sistematico riferimento a un immaginario fascistoide, sdoganato come un lucrativo made in Germany per clienti fuori dalla storia. Sì, quello dei Rammstein, in fondo, è un prodotto perfettamente commerciale, tagliato sul cliente bisognoso di adrenalina e di trasgressione preconfezionata.

Da questo punto di vista, l’esperienza cinematografica che ci procura Jonas Åkerlund (è utile ricordarlo, autore anche di spot pubblicitari per grandi marche come Hugo Boss, Sony, Dell, Volkswagen, Coca-Cola, Ikea, Adidas) merita una menzione particolare. Sì, perché si tratta di un’esperienza sicuramente eccessiva e saturante nell’immagine e nel suono. Con trenta telecamere e un montaggio sempre incalzante – a quanto pare durato un anno di lavoro – Åkerlund resta estremamente fedele allo spettacolo, che il film sembra abbia il compito di traghettare intatto. Nessun colpo di testa da parte del regista, nessuna trovata originale, bensì una scrupolosa traduzione filmica del copione dello spettacolo. Colpisce comunque il montaggio in particolare, che si affanna a restituire il caleidoscopio di effetti scenici, nel rispetto del ritmo drammaturgico e musicale. La moltiplicazione infinita dei punti di vista, inoltre, ci colloca in una posizione irreale, spettatori ideali e privilegiati di uno spettacolo che vuole tutto saturare – non ultimo attraverso la ripetizione ossessiva dei tre colori fondamentali: blu, rosso e giallo. Diveniamo noi stessi figura e veicolo della saturazione, attraverso un film che vuole essere una sintesi perfetta di tutto lo show.

Rammstein: Paris, a Parigi come nella versione di Åkerlund, è uno spettacolo che vuole giocare con i limiti e magari oltrepassarli. Ma alla fine stupisce più la perfezione commerciale che l’audacia musicale. Ad ogni modo, la saturazione dei sensi e dello spazio resterà sempre, innanzitutto, la figura del consumismo, ovvero lo sfogo romantico dell’uomo borghese che vagheggia l’animalità e la natura, nella sua forza e nella sua violenza, come sublimazione puramente individuale della noia quotidiana. Andare fino in fondo a questa esperienza, grazie al film, ci permette così di guardare al di là di questi orizzonti saturi e prendere le giuste distanze …sempre che l’uomo della Securitas non abbia nulla in contrario.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: March 22, 2017

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