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Orecchie

[…] Il fischio alle orecchie che ci accompagna nel film vuole chiaramente dire il disturbo che prova un pezzo d’Italia cosciente, lucida, che vorrebbe che il giusto sia giusto e lo sbagliato sbagliato, dinanzi a un’Italia effimera, un po’ idiota, persa nei mille e insulsi diversivi del momento presente.

[…] Quel che all’occhio straniero potrà sembrare il frutto dell’esagerazione tipica di un film comico, all’occhio italiano apparirà il frutto di un acume tutto documentario.

Orecchie ci racconta la storia di una sola giornata, una giornata particolare, per Marcello, perché comincia al risveglio con uno strano fischio alle orecchie e termina con una vera e propria “conversione” del nostro personaggio. Il percorso di questa evoluzione è accompagnato da un impercettibile cambio di formato del film: dapprima quadrato, inusuale, angusto, come l’orizzonte di questo insegnante di filosofia, supplente, che si ritrae dal mondo; quindi sempre più largo, aperto, fino a ritrovare la normalità standard del formato cinematografico, che è anche la normalità standard della vita urbana che lo circonda. Quello di Marcello, dunque è il percorso che porta da un atteggiamento di censura e autocensura, dinanzi a un mondo ignorante, irrispettoso, incivile, frivolo, perso nel presente e nelle distrazioni, a quello di apertura e accettazione di questo stesso mondo. Un percorso di conversione particolarmente efficace, perché noi spettatori ci riconosciamo volentieri in Marcello – impersonato da un ottimo Daniele Parisi –, nel suo buon senso che lo tiene inizialmente a distanza dalle assurdità del mondo. Stiamo naturalmente dalla sua parte, che è poi la parte di quell’anima scontenta, indignata, pessimista, disillusa e un po’ depressa dell’Italia di oggi. Il fischio alle orecchie che ci accompagna nel film vuole chiaramente dire il disturbo che prova un pezzo d’Italia cosciente, lucida, che vorrebbe che il giusto sia giusto e lo sbagliato sbagliato, dinanzi a un’Italia effimera, un po’ idiota, persa nei mille e insulsi diversivi del momento presente.

Ma Orecchie è anche e soprattutto una commedia infarcita di scene comiche, apparentemente assurde. In effetti, le situazioni assurde in cui si viene a trovare Marcello sono tutt’altro che improbabili: chi ha abitato in una grande città italiana ammetterà di aver vissuto almeno una di quelle situazioni. Quel che all’occhio straniero potrà sembrare il frutto dell’esagerazione tipica di un film comico, all’occhio italiano apparirà il frutto di un acume tutto documentario. E mentre noi ridiamo spesso, Alessandro Aronadio ritrae personaggi e mondi con una grandissima sensibilità per i dettagli. È forse proprio nei dettagli che Orecchie dà il meglio di sé: l’arredo dell’abitazione del rapper esistenzialista, la tonalità di voce della madre innamorata dell’artista di strada, oppure il piglio severo e cinico dell’otorino ignorante, o ancora l’entusiasmo fintamente filosofico dell’editrice di riviste patinate, rivelano tutti una straordinaria precisione. Ne viene fuori un racconto vivido e verace della società italiana e della sua varia umanità, accompagnato da un bel commento sonoro, tra rumori e musica, il quale funziona come elemento di raccordo in modo certamente migliore di quanto non faccia la città di Roma in sottofondo.

Ci si potrebbe domandare se le piccole avventure di Marcello non costituiscano dei centoni comici un po’ troppo slegati l’uno dall’altro. In realtà, questa è l’occasione per sottolineare piuttosto l’importante ruolo drammaturgico giocato dalla frammentazione delle esperienze di Marcello. Marcello è solo nel suo viaggio, ed è importante che il suo non si tramuti in un racconto collettivo, che farebbe perdere il carattere solitario del protagonista nonché l’eccezionalità degli altri personaggi e delle situazioni che lo sorprendono. L’unico momento dove il racconto si fa veramente collettivo è nel finale, in cui Marcello ritrova un senso positivo delle relazioni umane. La fidanzata, la madre e il suo compagno, quindi il prete, costituiscono il primo nucleo di comunità (di famiglia…) attorno a Marcello in occasione del funerale di Luigi, fantomatico amico nonché secondo filo rosso misterioso del racconto, dopo il disturbo alle orecchie. Diviene presto chiaro che Luigi non è nient’altro che il Marcello depresso e solitario che lui stesso seppellisce. Nonostante il discorso finale di Marcello suoni un po’ sentenzioso – ma un certo moralismo è sempre stato il compagno fedele, quasi necessario, delle commedie comiche – l’idea di collocarlo in una Chiesa tutta ricoperta di cellophane è semplicemente geniale. Si tratta di una messa tra parentesi della religiosità ufficiale, sospensione che è bene incarnata da un prete che non cerca il giusto per il giusto, bensì il buono nella misura in cui è utile ad una vita migliore da dare alle persone comuni accettate nelle loro debolezze. La conversione finale di Marcello al mondo che prima rifiutava, così, si fa tutta nel segno di una condiscendenza decisamente “cattolica”. Marcello ormai abbraccia le debolezze, le sue e quelle degli altri, non le condanna, accetta la realtà nella sua follia senza censure, diventa permissivo, accogliente. Beninteso, non arriverà a guarire dal fischio alle orecchie, non perderà il buon senso, e infatti – potremmo aggiungere – il bel bianco e nero del film non diventa a colori. Ma c’è un nuovo equilibrio, umano e cattolico, che lo riconcilia col mondo. Non si tratta di una soluzione di rassegnazione, bensì di un positivo elogio della follia e dell’allegria, come luogo di recupero dei valori umani, altresì perduti in una depressione misantropa.

In questo senso, Orecchie coglie il dissidio più profondo dell’Italia (contemporanea e anche storica): quello tra, da una parte, un rigorismo fatto di principi, di desiderio di ordine dinanzi al caos che ha sempre contraddistinto le vicende della penisola, ovvero un’anima indignata, protestante e socialista e, dall’altra, un’anima gaia ed effimera, ovvero un anarchismo individualista e amorale, sprezzante del futuro e interamente dedito alle piccole gioie del presente. L’eterno scacco a cui è votato il rigorismo si può allora tramutare o in un esistenzialismo cinico e rassegnato che accetta fatalisticamente il destino, oppure in un cattolicissimo abbraccio dell’anima anarchica che accoglie e giustifica le debolezze, e quindi diventa occasione di una ritrovata fiducia verso il prossimo. Per Alessandro Aronadio sembra che solo grazie a quest’ultima conversione l’Italia possa guardare al futuro con il sorriso.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: November 01, 2016

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