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Nothingwood

[…] La giustificata paura della Kronlund a inoltrarsi in aree pericolose è in contrasto con il fatalismo di Shaheen e degli attori, convinti di non poter determinare il proprio destino e, al tempo stesso, sostenuti dal loro ultimo fine: l’arte.

[…] Quasi un Roger Corman afghano, prolifico e tuttofare, Shaheen affronta tutte le fasi della produzione, ma senza avere Hollywood alle sue spalle e trasmette una contagiosa passione per il “fare” cinema come in «Effetto notte» di Truffaut.

Esiste una produzione cinematografica in Afghanistan? Cosa significa viaggiare, vivere, lavorare nel cinema, in un paese da anni in guerra? Questo spumeggiante lungometraggio della documentarista francese Sonia Kronlund – che attraversa e studia questo Paese da dodici anni –, risponde principalmente a questi due grandi interrogativi su una realtà a un tempo lontana eppure spesso appiattita da un telegiornalismo che ormai ripete notizie senza scavare in profondità.

L'occasione per questo documentario è il ritratto cinematografico di Salim Shaheen, il principe di Nothingwood (in contrasto con Hollywood o Bollywood), il principale regista, autore, produttore, attore, cantante in un Paese dove non si realizza quasi nessun film. La Kronlund intraprende un viaggio nella provincia di Bamiyan, luogo d'origine dei genitori di Shaheen, in compagnia del regista e di tutta la sua troupe, che si recano in quella regione per realizzare un film autobiografico su di lui.

Durante la visione è difficile separare le sequenze che mostrano interviste a Shaheen e ai suoi collaboratori da quelle che lo vedono all'opera come regista su improvvisati set cinematografici, o distinguere le immagini di archivio di guerra dai vari spezzoni dei suoi film. Nel viaggio avventuroso attraverso un paese devastato, primitivo, spesso desertico e dai paesaggi immensi e grandiosi, accompagnati da guardie della sicurezza, tutto scorre a ritmo veloce su uno stesso piano. La giustificata paura della Kronlund a inoltrarsi in aree pericolose è in contrasto con il fatalismo di Shaheen e degli attori, convinti di non poter determinare il proprio destino e, al tempo stesso, sostenuti dal loro ultimo fine: l'arte.

Infatti vita e arte sembrano proprio confondersi, come accade nella biografia di Shaheen: attratto fin da piccolo dai film indiani, si intrufolava di nascosto nelle sale cinematografiche, prima di essere punito severamente dai familiari. Ma la sua passione è sempre prevalsa. Da soldato, unico sopravvissuto nel suo gruppo a un attacco dei mujaheddin (riesce a fingersi morto perché lo ha visto fare al cinema), riceve in premio una videocamera. Generale durante la guerra civile, si preoccupa solo di difendere la sua gente senza mai attaccare nessuno e realizza film per offrire al suo popolo un modo per evadere dalla realtà della guerra.

Il cinema di Shaheen, in effetti, è un cinema per lo più di intrattenimento, non di pretese autoriali, che tutti possono vedere, anche nei luoghi più remoti del Paese, ma non manca di parlare della condizione reale delle persone, come quando – da attore – Shaheen interpreta in un suo film un venditore di thé, che vaga per le strade offrendo l'unico prodotto che possiede. In un Paese con una bassissima scolarizzazione dovuta alla guerra, il cinema diventa quasi un punto di riferimento morale, uno strumento di identità culturale, oltre qualsiasi ideologia. Non si tratta tuttavia di un cinema sovversivo ed è per questo che quei pochi talebani che non vietano i film, riescono in qualche modo ad accettarlo. In ogni caso Shaheen confessa alla Kronlund che ogni azione dei talebani, come la biasimevole distruzione dei millenari Buddha del Bamiyan, è solo un’opera di propaganda dettata, come la guerra, dalla loro avidità.

Lo spettatore si trova spesso sul set insieme alla troupe, ne condivide le prove prima del ciak e le ingegnose soluzioni registiche, in una situazione in cui manca qualsiasi mezzo elementare per realizzare un film. Quasi un Roger Corman afghano, prolifico e tuttofare, Shaheen affronta tutte le fasi della produzione, ma senza avere Hollywood alle sue spalle e trasmette una contagiosa passione per il “fare” cinema come in Effetto notte di Truffaut.

La documentarista francese riesce abilmente a raccontare una storia di successo in un Paese disastroso e a ripercorrere la storia dell'Afghanistan attraverso la biografia di Shaheen: il presente di guerra, tra attacchi e devastazioni, gli anni sovietici e, non ultima, una costante riflessione sulla condizione delle donne che – a eccezione di una giovanissima attrice – non appaiono mai né nei suoi film (soppiantate da un attore effeminato) né nei principali luoghi di aggregazione sociale. La loro condizione è di completa reclusione (anche Shaheen, un artista di ampie vedute, presenta alla documentarista i suoi otto figli, ma non le sue sei figlie e le sue due mogli). La ragazzina che canta e recita in alcuni suoi film svolge le prove scortata dal padre, che non vuole che balli. Dura è tuttavia la posizione di Shaheen e dell'attore Qurban sul perdurare dei matrimoni combinati dalle famiglie, laddove questo non è previsto né dall'Islam né dalla Sharia.

Nothingwood è un film che mette il pubblico nella condizione di conoscere un po' meglio una realtà tanto raccontata quanto poco conosciuta nelle sue molteplici dimensioni: politica, sociale, artistica, con il pregio di lasciar parlare da sé luoghi e persone, senza esprimere giudizi e, soprattutto, di contagiare tutti con un po' dell'energia, dell'ottimismo, della gioia di vivere e della passione per il cinema di Salim Shaheen, qualità che, per il contesto in cui emergono, fanno del regista quasi un eroe moderno.

Text: Maria Di Salvatore

First published: September 11, 2017

Nothingwood | Film | Sonia Kronlund | FR-DE 2017 | 90’ | Locarno Festival 2017

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