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Non ho l'età

[…] Lo stile di Olmo Cerri non è pretenzioso, antepone il desiderio di raccontare all’estetica filmica, ma appare efficace, in linea con una materia narrativa dal carattere popolare.

[…] Il documentario di Olmo Cerri, scritto in collaborazione con Simona Casonato, non ci narra soltanto storie di migrazione in Svizzera, ma racconta anche di un’alleanza feconda tra ricerca storica e creazione documentaria: Non ho l’età prende spunto da un lavoro di Daniela Delmenico, intitolato «Ammiratori italiani sfortunatamente all’estero. Lettere a Gigliola Cinquetti dalla Svizzera».

Il documentario di Olmo Cerri, presentato da poco al festival Visions du réel a Nyon, conferma ancora una volta che la presenza della migrazione italiana in Svizzera è un serbatoio di racconti fecondo e inesauribile per il cinema elvetico. È così almeno dalla fine degli anni Cinquanta, quando Kurt Früh restituisce scampoli di vita italiana a Zurigo, e ancor più a partire dalla metà degli anni Sessanta, momento in cui Alexander Seiler, in collaborazione con Robert Gnant e June Kovach, gira un documentario straordinario intitolato Der Italiener / Siamo italiani e pubblica un libro-inchiesta con prefazione di Max Frisch, in cui compare il famosissimo j'accuse dello scrittore: Man hat Arbeitskräften gerufen, und es kamen Menschen.

Il Novecento elvetico, das Jahrhundert der Italiener, sembra lontano, eppure molti degli uomini e delle donne che l'hanno vissuto sono ancora qui con noi. Alcuni portano ancora segni e cicatrici di stagioni cariche d'odio, xenofobia e alienazione. A partire da un pretesto, per altro interessantissimo, Non ho l'età ci parla di queste cicatrici. Il film non ci restituisce l'eco di grandi battaglie politiche e sociali della migrazione, come accade nel cinema di Peter Ammann, ad esempio, oppure in alcuni film militanti del regista migrante Alvaro Bizzarri, ma sceglie di parlare di piccole forme di resistenza quotidiana, parte dal dettaglio, dal frammento per restituire un vissuto popolare migratorio semplice ma ricco, fondato su piccoli gesti e preoccupazioni quotidiane, sullo sfondo comunque delle famigerate iniziative Schwarzenbach e del conseguente pericolo di dover tornare forzatamente a casa.

Nel 1964, Gigliola Cinquetti, complici la giovane età, un testo che trasuda candore e la giusta melodia, conquista Sanremo e il cuore degli italiani. La Cinquetti è insieme modello da imitare, per le più giovani, esempio di brava ragazza, per le più anziane, e persino oggetto erotico sublimato per molti uomini soli. Negli anni riceve così quasi centocinquantamila lettere, non ne getta nemmeno una e nel 2001 le dona al Museo Storico del Trentino. Centinaia di queste lettere provengono proprio dalla Svizzera. Sono soprattutto le donne emigrate a comunicare a Gigliola il senso di solitudine e angoscia, ma anche parole di speranza, desideri e progetti per il futuro. Non è un caso che tre dei quattro protagonisti del film siano donne: Carmela, Gabriella e Lorella. Il quarto personaggio, don Gregorio, è invece un prete che, giovane seminarista italiano in Svizzera, ringrazia la cantante per le sue facoltà quasi taumaturgiche, tanto importanti per alleviare le sofferenze della comunità italiana nella Svizzera del secondo dopoguerra del Novecento.

Il documentario di Olmo Cerri, scritto in collaborazione con Simona Casonato, non ci narra soltanto storie di migrazione in Svizzera, ma racconta anche di un'alleanza feconda tra ricerca storica e creazione documentaria: Non ho l'età prende spunto da un lavoro di Daniela Delmenico, intitolato Ammiratori italiani sfortunatamente all’estero. Lettere a Gigliola Cinquetti dalla Svizzera. È stata lei, infatti, per prima ad analizzare le lettere inviate dai migranti italiani in Svizzera. Il regista ha poi compiuto, in collaborazione con la produzione, un lavoro notevole per rintracciare quelle persone che più di altre avevano lasciato intravedere un potenziale narrativo e avevano lasciato delle tracce utili per poter essere ritrovate.

Lo stile di Olmo Cerri non è pretenzioso, antepone il desiderio di raccontare all'estetica filmica, ma appare efficace, in linea con una materia narrativa dal carattere popolare. La proiezione è stata accolta con calore e trasporto, soprattutto dalle persone in sala, ed erano molte, che hanno vissuto vicende simili nel passato. Interessante il lavoro sul materiale di repertorio e d'archivio, in particolare il riutilizzo delle famose sequenze del film Der Italiener, in cui sono ripresi alcuni migranti alle prese con le umilianti visite mediche alla stazione ferroviaria di Chiasso. Queste sequenze creano un ponte tra passato e presente, giocano con la memoria e il ricordo ed inseriscono di diritto Non ho l'età nella grande tradizione del cinema svizzero dedicato alla migrazione.

Text: Mattia Lento
First published: May 09, 2017

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