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Museum Hours

[…] Si potrebbe dire che non c’è un baricentro unico nella temporalità e narratività di Museum Hours, ce ne sono molti, oppure uno ma distribuito in un arcipelago di situazioni ugualmente importanti, ugualmente centrali.

[…] questo è il vero cuore pulsante del film di Jem Cohen, perché nell’estetica “democratica”, policentrica, pluralista del grande maestro fiammingo [Pieter Bruegel] troviamo la chiave di lettura più adeguata per cogliere il genius loci del museo viennese, e insieme la sua connessione con la storia “aperta” dell’incontro di due persone.

Das grosse Museum, Francofonia, National Gallery, Hieronymus Bosch: The Garden of Dreams: di recente la sale cinematografiche hanno vissuto una piccola invasione di film dedicati ai musei – ai grandi musei. Ma quello che Jem Cohen riesce a fare con Museum Hours è un’operazione geniale, letteralmente, perché non prende il museo come oggetto di analisi, come simbolo storico o contenitore di grandi opere, bensì riesce a cogliere il genius loci qui del Museo della storia dell’arte di Vienna (Kunsthistoriches Museum). Come? Indirettamente, attraverso la storia dell’incontro tra un annoiato guardiano del museo e una visitatrice occasionale.

Può sembrare difficile comprendere il legame tra un museo e quella che si potrebbe anche dire una storia d’amore – per la quale peraltro il museo pare funzionare, almeno inizialmente, come location puramente accidentale. L’abilità di Jem Cohen sta tutta nel lasciar emergere lentamente questa connessione improbabile; come d’altronde appare improbabile, sin dall’inizio, la relazione tra due persone ormai non più giovani e inizialmente poco avvezze all’avventura. Invece, la forza magnetica del museo, con la sua carica di storia, erode silenziosamente la corazza di due individui, aprendoli a una scoperta di sé e dell’altro che trova nelle opere del museo un’inaspettata occasione di risonanza e ispirazione. In questo modo, però, non ne viene fuori una storia d’amore lineare, orientata irrimediabilmente alla fusione, non c’è sublimazione romantica tra Anne e Johann, bensì una convivenza di forze centrifughe e centripete, un’attrazione che non scalza l’individualità, una complicità che potrebbe dirsi semplicemente amicizia.

Il vero motore drammatico di Museum Hours lo potremmo dedurre dal titolo: è una questione di ore, distribuite nella giornata, nelle giornate. Il tempo e la sua narrazione vivono di una geometria variabile, che determina uno spostamento continuo dell’attenzione. Si potrebbe dire che non c’è un baricentro unico nella temporalità e narratività di Museum Hours, ce ne sono molti, oppure uno ma distribuito in un arcipelago di situazioni ugualmente importanti, ugualmente centrali. Ed è con questa specifica struttura filmica che comincia ad emergere la connessione tra la storia di Anne e Johann e il museo della storia dell’arte, che è appunto un bacino immenso che raccoglie molte storie, che ha molti centri. Il museo viennese diventa dunque maestro di vita, con la sua capacità di accoglienza e la sua pluralità impermeabile ad ogni riduzione, ad ogni centralizzazione. Anche spazialmente il museo non è solo il luogo in cui si arriva, ma anche il luogo da cui ripartire alla scoperta di Vienna, dunque un luogo aperto, crocevia di storie e snodo della propria storia personale.

In realtà, un centro in Museum Hours c’è, ed è una sequenza quasi documentaria in cui vediamo una guida parlare dettagliatamente di un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio. Non si tratta di un’aggiunta aneddotica o ambientale; questo è il vero cuore pulsante del film di Jem Cohen, perché nell’estetica “democratica”, policentrica, pluralista del grande maestro fiammingo troviamo la chiave di lettura più adeguata per cogliere il genius loci del museo viennese, e insieme la sua connessione con la storia “aperta” dell’incontro di due persone. Non sarebbe errato definire Museum Hours un film su Bruegel, per quanto al pittore vi si dedichino pochi minuti. Un film su Bruegel e sulla sua immensa lezione, che si può incarnare anche nell’istituzione museale, sollevandola così dal peso dell’enciclopedismo dominatore e quindi aprendola alla sua funzione ispiratrice, la quale trova realizzazione concreta fin dentro alle nostre storie personali.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: March 09, 2017

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