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Lorenzo Mattotti

«L’immagine e la parola», l’appuntamento annuale di approfondimento interdisciplinare tra immagine in movimento e parola organizzato dal Festival del film Locarno, quest’anno propone un confronto con due autori della graphic novel: Blutch e Lorenzo Mattotti. I laboratori proposti tra il Monte Verità di Ascona e il Teatro di Locarno (Kursaal) costituiscono come sempre uno stimolante esercizio di distinzione e contaminazione tra linguaggi. Sparigliando le carte della grammatica visiva e testuale si compie naturalmente una formidabile riflessione sulle forme.
Filmexplorer sostiene con convinzione l’interesse del lavoro interdisciplinare per un approfondimento della riflessione sull’immagine in movimento e quindi non poteva mancare all’appuntamento locarnese. Oltre a riproporre qui il bel testo introduttivo di Daniela Persico e Carlo Chatrian, Filmexplorer ha incontrato Lorenzo Mattotti, che ci ha raccontato in un’intervista video le sue visioni e il suo metodo di lavoro.

Mimesi e trasfigurazione

Non c’è trappola più pericolosa di quella che vuole ridurre il mondo del fumetto a una derivazione, linguistica e tematica, del cinema. Se i rapporti tra i due media sono evidenti – e alcuni storici li hanno analizzate con attenzione prendendo a esempio gli anni della nascita del cinematografo e le sue conseguenze sul fumetto –, nello scenario attuale il discorso si fa più complesso: in un’epoca di riconfigurazione del ruolo del cinema anche il fumetto, nella sua più “nobile” accezione – la graphic novel –, acquista una rinnovata libertà artistica e riceve la meritata (e troppo attesa) attenzione del mondo culturale. Protagonista di questa rivoluzione, covata nel terreno fluido dell’underground, è l’artista italiano Lorenzo Mattotti che, con il suo tratto sinuoso, le sue forme geometriche e i suoi colori vivaci ha lasciato un segno nella storia del fumetto e non solo, facendo dialogare la nona arte con una pluralità di linguaggi chiamati a informare il suo stile. La grande novità di cui Mattotti si fa portavoce è quella di aver superato la concezione dello stile come uno stilema di cui alla fine si finisce per essere preda. Il tratto di Mattotti è riconoscibile aldilà delle apparenze: come accade per un regista moderno – interessato a esplorare la diversità dei linguaggi e poroso quanto basta per nutrirsi delle discipline più diverse – la scelta della forma con cui mettere in scena un racconto non è data a priori. Lo stile è piuttosto il modo attraverso cui una storia trova la sua via d’espressione. Solo così è possibile intendere la grande varietà di soluzioni adottate da Mattotti, che spaziano dalle volumetrie piene e dalle geometrie spezzate, in cui è immediato rintracciare le influenze delle avanguardie d’inizio Novecento, alle stratificazioni di colore che fanno emergere strati dell’io, sospesi tra memorie ancestrali e paure rimosse. Nelle tavole di Mattotti – il cui percorso ha messo in luce la capacità di allontanarsi dalle mode e dalle facili attese, perseguendo una ricerca artistica rigorosa e solitaria – è evidente quanto il cinema, oltre che l’arte e la musica, abbiano formato il suo universo creativo. Non soltanto nella forza espressiva con cui il giovane disegnatore rimette in scena la visionarietà di Apocalypse Now e la tensione di Fizcarraldo nella graphic novel che ha cambiato un’epoca, Fuochi, ma soprattutto nello sguardo sulla realtà e nella posizione enunciativa propria dei grandi cineasti degli anni Settanta. Wenders, Tanner, Antonioni sono, per Mattotti, compagni di strada nell’avventura della messa in forma di un mondo estraneo, i cui protagonisti si aggirano attraversando frontiere geografiche e psichiche. Hanno i volti macchiati e l’incertezza di chi si è perso in terre desolate dove sopravvivono riti antichi (La zona fatua), il passo stanco di chi affronta un blocco interiore in un viaggio importante quanto un’intera vita (Il rumore della brina), il corpo tumefatto di chi porta in sé un mistero troppo grande per la provincia in cui è rinchiuso (Stigmate). Nell’esasperazione di orizzonti ampi e percorsi infiniti, in cui il tratto morbido del pastello sembra irretire e frenare la dinamicità dei corpi o le linee tonde dei corpi ferirsi al contatto con la spigolosità degli spazi, Mattotti rielabora il cinema moderno nella sua forma più alta, arrivando a toccare l’indefinito e l’indicibile delle campiture brumose delle opere di Tarkovskij. In questo dialogo, tra mimesi e trasfigurazione, si situano le tavole d’ispirazione cinematografica più suggestive dell’autore, quelle che rivendicano con forza il potere espressivo del fumetto, costruito su condensazioni plastiche e vuoti d’immagine, colmati soltanto dall’atto interpretativo di ogni singolo lettore.

Daniela Persico, curatrice de «L’immagine e la parola», e Carlo Chatrian, direttore del Festival del film Locarno

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First published: May 05, 2016

Lorenzo Mattotti | L’immagine e la parola | Festival del film Locarno | 10/3/2016-13/3/2016

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