article img

Le confessioni

[…] «Le confessioni» si sviluppa presto come un thriller, dove l’aspetto poliziesco è assorbito dall’aspetto psicologico, dove ogni parola risuona come fosse in maiuscolo, dove il carattere ultimo e globale della vicenda crea un racconto dai toni epici, apocalittici.

[…] Roberto Andò sembra utilizzare la bonaria ironia di un Toni Servillo (il frate) candido ma lucido per vendicarsi dei mali del mondo, concentrati tutti nell’economia globale e nella sua oligarchia cinica e spietata. Chi non penserà a una sorta di Papa Francesco contro i potenti della terra?

Roberto Andò ci immerge nella segretezza di un summit a porte chiuse tra i ministri dell’economia dei Paesi più potenti del mondo. È una sorta di grande burattinaio che li ha convocati, il presidente del Fondo Monetario Internazionale, un personaggio brillante e cinico. L’obiettivo è trovare un accordo che salvi l’economia globale “sacrificando” il benessere dei Paesi più poveri. Tra gli invitati al Grand Hotel sulla costa tedesca del Mar Baltico ci sono anche tre outsider famosi: un musicista pop, una scrittrice di libri per bambini e, in particolare, un frate che, oltre ad aver fatto il voto del silenzio, è autore di bestsellers. È con quest’ultimo che penetriamo nel summit di massima sicurezza dove, alla trama prosaica degli obiettivi del summit, si sovrappone la trama misteriosa dell’inaspettato suicidio del regista dello stesso summit, un suicidio collegato alla sua tentata confessione al frate.

Le confessioni si sviluppa presto come un thriller, dove l’aspetto poliziesco è assorbito dall’aspetto psicologico, dove ogni parola risuona come fosse in maiuscolo, dove il carattere ultimo e globale della vicenda crea un racconto dai toni epici, apocalittici. Il globale e il personale finiscono per coincidere e la storia de Le confessioni diventa la storia della gigantomachia tra bene e male, un’epopea morale in cui il silenzio del frate dice e interroga molto più di ogni verità esplicita o implicita. Come d’altronde è d’uopo nelle confessioni, i grandi uomini si fanno piccoli, il loro potere lascia emergere l’abisso di vanità che lo sostiene, la sicurezza rivela l’insicurezza. In un paio di giorni la resistenza del frate, silenzioso alle pressioni e alle minacce dei ministri, riesce a sgretolare le ragioni di stato e il cinismo dell’economia, facendo trionfare uno sguardo e un approccio umanista alla vita e alla politica. Roberto Andò sembra utilizzare la bonaria ironia di un Toni Servillo (il frate) candido ma lucido per vendicarsi dei mali del mondo, concentrati tutti nell’economia globale e nella sua oligarchia cinica e spietata. Chi non penserà a una sorta di Papa Francesco contro i potenti della terra?

In effetti, questo sfondo complottista e questa polarizzazione tra gli economisti cattivi e la brava gente, debole e buona, profila uno scenario molto semplicista, fatto di vittime e carnefici, di bene e male. Il crimine è, lo sappiamo, uno dei motori principali del cinema, ma questa sua reiscrizione moralista delude, anche perché sembra figlia di una tendenza paranoica oggi molto popolare, la quale costituisce un elemento certo di corrosione delle nostre democrazie. Certo, questa debolezza generale del film è fortunatamente bilanciata da uno stile narrativo accattivante, nutrito da buone idee cinematografiche e da una performance attoriale di qualità – specialmente quella di Toni Servillo, Connie Nielsen, Moritz Bleibtreu, Daniel Auteuil e Pierfrancesco Favino. In particolare, Roberto Andò mostra di saper usare molto bene la suspense, ad eccezione, forse, di un paio di trovate un po’ forzate, come l’apparizione dell’uccello Uirapuru e le “sagge” reazioni del cane. Qui, l’intenzione di apportare dell’ironia al racconto finisce per nuocere alla sua credibilità, cozzando con la tonalità epica che lo contraddistingue.

Ad ogni modo, Le confessioni è un film che si vede con piacere, anche se nel finale non possiamo che sorridere dinanzi al frate impassibile e sornione che salva le sorti del pianeta, e non possiamo che dirci: “è solo un film”. Ma, appunto, fa piacere ritrovare un film ben fatto, che approccia il cinismo in modo non cinico, perché ripropone quell’epica che ha abitato tanto cinema in passato (anche quello nostrano), e che ormai sembra sopravvivere solo nell’improbabile delirio azionistico dei colossal hollywoodiani.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: December 09, 2016

Explore more