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La natura delle cose

[…] È proprio questo lo spunto più bello offerto dal materiale della NASA cui attinge il film, perché osservare la Terra dalla Luna è un po’ come osservare la vita da una posizione ormai ai suoi margini: i sensi si affinano, la percezione aumenta, l’esigenza di comprendere il significato dell’esistenza si fa piu urgente.

Il documentario di Laura Viezzoli colpisce per la delicatezza con cui riesce a trattare un tema forte come la fase ultima della vita: un ammalato che vede l’esistenza progressivamente svanire e le facoltà fisiche spegnersi, mentre la mente e il cuore sono ancora vigili («le lacrime non si ammalano»). Con la stessa dolcezza con cui le note del Clair de lune di Debussy accompagnano alcune immagini del film, la regista guida lo spettatore nella quotidianità di Angelo Santagostino, malato terminale di SLA, che parla di sé, del suo passato, della sua famiglia, del suo presente, della sua filosofia. La voce di Roberto Citran fa da testo “sonoro” alle parole che Angelo, ormai immobile su una sedia a rotelle, compone con uno scanner oculare. La progressiva perdita della mobilità degli occhi è quindi filo drammaturgico, punto di non ritorno, agghiacciante consapevolezza che anche quest’unica via di comunicazione con il mondo potrà presto arrestarsi.

Il film non scende mai però nel sentimentalismo o in una seriosità lontana dalla personalità briosa del protagonista, seguito per un anno dalla regista (2013-2014) attraverso lettere e incontri. Cornice del film sono le lunghe sequenze che mostrano Angelo nella sua abitazione, alle prese con la “precisione millimetrica” di una routine scandita da rigidissimi orari, turni di badanti, complicate manovre tecnologiche per rendere semplici le incombenze quotidiane, ormai rese possibili solo dai macchinari. Il silenzio e la ripetitività di questi momenti, osservati spesso in soggettiva, danno consistenza reale a una condizione altrimenti aliena allo spettatore.

La conversazione ideale che Angelo intrattiene con il pubblico e che affronta temi come il dolore, il significato del tempo, la fede, l’amore, la felicità, è commentata visivamente dalle immagini del primo sbarco sulla Luna: una metafora da leggere a più livelli. Per la regista l’astronauta è la leggerezza in assenza di gravità, in contrasto con gli effetti della SLA; inoltre per l’astronauta come per il malato la tecnologia è a servizio di un corpo che deve adattarsi a una nuova situazione e, quindi, trasformarsi. Questa trasformazione incoraggia l’interrogarsi sul fine dell’esistenza.

È proprio questo lo spunto più bello offerto dal materiale della NASA cui attinge il film, perché osservare la Terra dalla Luna è un po’ come osservare la vita da una posizione ormai ai suoi margini: i sensi si affinano, la percezione aumenta, l’esigenza di comprendere il significato dell’esistenza si fa piu urgente. Questo film sa interrogare un uomo che l’esperienza ha reso più saggio e consapevole e che, a sua volta, ci interroga. Per questo, più ancora che per il tema della conquista dello spazio, La natura delle cose ricorda il toccante documentario inglese In the Shadow of the Moon (2007), dove i primi astronauti che hanno osservato la Terra da lontano, al loro ritorno, rivelano una nuova saggezza: l’esperienza estrema di distacco dalla vita sulla Terra li ha cambiati.

Eppure non manca il monito a vivere il qui e l’ora, a dimenticare grandi imprese spaziali e ad apprezzare le piccole gioie della vita, come nel De rerum natura di Lucrezio, che presta il nome al film: la visita degli amici, i figli che ti chiamano “papà”, il piacere di fare la vendemmia, di guardare un’aurora rossa sono tutte cose dalle quali Angelo ammette di doversi staccare presto a malincuore. La nostalgia caratterizza infatti tutte le sequenze girate in super8 e tratte dall’archivio di famiglia: il mare, i viaggi, la montagna, l’adorata moglie Marinella – le “radici” di Angelo – che campeggia anche nelle sequenze finali, come potrebbe ricordarla il protagonista nei suoi ultimi istanti di vita.

Più opprimenti, ma impresse nella memoria dello spettatore, le sequenze notturne che mostrano, in una serie ripetitiva, immagini di luna park, di clown, di fuochi d’artificio: il divertimento sfrenato in stridente contrasto con il dolore fisico raccontato da Angelo, quel dolore che sopraggiunge di notte e, sommato all’attesa in solitudine, diventa insostenibile. Ecco che ritorna il tema del significato della felicità e la questione del rifiuto all’accanimento terapeutico, come nel noto caso di Piergiorgio Welby, i cui diari sono stati fonte di ispirazione per questo meritevole primo lungometraggio della Viezzoli.

Text: Maria Di Salvatore

First published: August 17, 2016

La natura delle cose | Film | Laura Viezzoli | IT 2016 | 70’ | Festival del film Locarno | Fuori concorso


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