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Hard to be a God

[…] «Hard to be a God» seleziona subito: o si esce dalla sala nella prima mezz’ora o non si vorrebbe mai più uscire dal mondo creato da German. È la virtù – essezialmente cinematografica – del “creare un mondo”, per il cineasta, e del “fare l’esperienza”, per lo spettatore. È il patto segreto che si rinnova nel vero cinema, il cinema come esperienza e non come distrazione o consumo adrenalinico.

[…] Non a caso si tratta di un film di fantascienza, science fiction, in cui la scienza sta nel rigore e nella precisione del linguaggio cinematografico e la finzione trionfa, teatrale, in un’interminabile orgia materica.

[…] In ciò l’opera di German è un vero viaggio al di là dei confini del nostro pianeta, o almeno del suo senso, è un’indagine del fondo preistorico che ci costituisce.

[…] La sua traiettoria anti-ideologica è certamente anomala, perché la sua cifra è l’anacronismo, per quanto se ne stia conficcato nella storia.

[…] L’esperimento estetico a cui la dittatura della telecamera ci obbliga, se l’accettiamo, diventa esplorazione allucinata della promiscuità di uomini e cose, ridotti al grado zero del senso, a una barbarie ridanciana e ottusa, comunque orgiastica.

«Ti piace questa musica?» - «Mi dà il mal di pancia» risponde la bambina al papà, nell’ultima scena del film. La musica vagamente jazzistica viene dal piccolo strumento a fiato del “divino” protagonista Don Rumata, alias Dio (!), e Alexei German certo ha voluto chiudere con autoironia questo mastodontico lavoro cinematografico. Un’avventura che per German comincia sotto forma di idea da giovane, comincia a realizzarsi nel 2000 e si chiuderà solo con la sua morte, nel 2013 – la prima del film si colloca dunque postuma, al Festival del Film di Roma, frutto delle cure finali del figlio Alexei Jr. Solo il sesto film di tutta una carriera, tredici anni di produzione, quasi la rovina della storica casa di produzione Lenfilm, tre ore di immagini in movimento, in bianco e nero. Sarebbe semplice fare seguito all’autoironia di German giocando con il felicissimo titolo: è difficile arrivare fino in fondo a È difficile essere un dioHard to be a God. Semplice e semplicistico, come è semplicistico leggere il film nella chiave dell’assurdo, del ridondante, dell’incomprensibile-dunque-interessante, dell’osé-dunque-geniale – come si è apprestata a fare tanta critica positiva: vorrebbe dire non essere mai entrati nel film.

In effeti, Hard to be a God seleziona subito: o si esce dalla sala nella prima mezz’ora o non si vorrebbe mai più uscire dal mondo creato da German. È la virtù – essezialmente cinematografica – del creare un mondo, per il cineasta, e del fare l’esperienza, per lo spettatore. È il patto segreto che si rinnova nel vero cinema, il cinema come esperienza e non come distrazione o consumo adrenalinico. C’è dunque uno choc di entrata, all’inizio del film, ed è proprio la prima immagine, chiarissima, splendida bruegheliana fotografia, che illumina la sala, gli spettatori tutti, chiamandoli in causa immediatamente. Poi la macchina germaniana del regno di Arkanor si mette in moto, il viaggio comincia, ma innumerevoli comparse, guardando sistematicamente nella telecamera, ci ricorderanno che siamo sempre interpellati. La finzione si dice come tale – sapiente ricetta dell’antica Grecia. Quella di German è una macchina che dispiega un’infaticabile coreografia di impietosa continuità e fluidità, fatta di lunghissimi e virtuosistici piani-sequenza. Viene da pensare ai lavori di Sokourov, per la continuità delle immagini e la danza soggettiva del punto di vista; ma se in film come La grande arca o Faust l’obiettivo estetico, per lo spettatore, è la contemplazione e l’abbandono, German punta al contatto, alla fusione degli sguardi e allo stessto tempo al continuo rimando della comprensione. In Hard to be a God da una parte la telecamera esplorativa ci proietta nelle cose stesse, dall’altra sono le cose e le persone filmiche a muoversi chiaramente verso la telecamera, in un ripetuto gesto di teatrale manifestazione. C’è dunque un dialogo, che è una danza, dentro la nostra percezione delle immagini – e dei suoni ugualmente – dialogo complicato e suggellato dal ricorrere di ostacoli e deviazioni dal flusso narrativo delle immagini. Sono questi ostacoli e queste deviazioni a costituire la trama specifica dell’estetica soggettiva e fusionale di German. Una vera e propria poetica della promiscuità, in cui pure trionfa dittatorialmente la telecamera stessa, ovvero lo spettatore condotto violentemente nel mondo di Arkanor. Pure si cede volentieri a questa violenza, perché l’esperienza estetica che si va a fare è inaudita e ricca. Ricca di dettagli in cui lasciar vagare l’associazione simbolica, ricca di cura fotografica e soprattutto di pluralità sinestetica. Infatti è l’odore, costitutiva mancanza sensoriale del cinema, a dominare la narrazione estetica, quasi fosse uno scatenato convitato di pietra che rivendica i suoi diritti. Un’ossessione collettiva, quella olfattiva, che dice molto della fascinazione dell’impossibile da parte di German. Non a caso si tratta di un film di fantascienza, science fiction, in cui la scienza sta nel rigore e nella precisione del linguaggio cinematografico e la finzione trionfa, teatrale, in un’interminabile orgia materica.

È l’estetica, su cui ho voluto insistere da subito, la vera porta di accesso a Hard to be a God. Scienza e finzione, promiscuità e dittatura, cifre estetiche del film, saranno infatti le mie chiavi di lettura di questa opera ultima. La scienza è rinnegata, umiliata e annientata, insieme all’intelligenza e alla cultura, in una realtà barbarica dipinta con un cinismo senza compromessi. L’oscurantismo delle schiere dei Grigi e il fanatismo dell’ordine dei Neri si succedono in una guerra di potere che grava su e attorno al dio alieno, Don Rumata, rispettato e attentato, servito e sfidato, in un’alternanza incoerente come solo l’ignoranza e la stupidità sanno esserlo. Ma la ricetta contro questa barbarie non è luce e intelligenza, bensì un assimilarsi del nostro eroe donchischiottesco all’uso drastico della violenza, a cui ricorrere dopo inconclusive interrogazioni su uomini ed esistenza. Hard to be a God è un lucido affresco del potere, delle sue lotte senza regole, del suo naturale climax di violenza, ordito attraverso una trama estremamente difficile da seguire. Dietro il velo fantascientifico della riflessione metafisica, persino teologica, s’avvera presto la realtà di un Leviatano perso in un mare di sudditi e belve, mentitori e avvoltoi. Per quanto a malincuore, è sempre di nuovo un bagno di sangue a risollevare le sorti di un’armonia irraggiungibile. Quello di German è un modernissimo ritratto della dittatura e dello schiavismo – in cui anche brilla lo schiavismo della donna che sottende alla sua quasi assenza –, una sorta di pessimista sunto di parte della vicenda storica e politica russa, che presto si rivela universale. Ma rispetto alla verità della dittatura, verità sì storica e ahimé pure tutta contemporanea, si impone al contempo uno sguardo rigorosamente astorico, alieno, meglio: preistorico – se storia è la sua narrazione, figlia di intelligenza. Il mondo di Arkanor è fuori dalla scansione culturale del tempo, è al di qua delle idee: la sua barbarie e la sua violenza non hanno apici e vere strategie, perché non sono alimentate dall’ideologia. Non a caso il massacro finale, coerente, ultimo, radicale, è opera del nostro Don, del suo sforzo paradossalmente antibarbarico, è figlio dell’unico brandello di idealità. Così c’è una polarità, una tensione, tra la verticalità della dittatura e l’orizzontalità della promiscuità, quest’ultima – come detto – una costante innanzitutto estetica del film. E German pare indulgere con compiacenza in questa realtà di promiscuità, dove sudditi e signori stanno a contatto come fratelli o quasi amanti. È questa, d’altronde, la nota che certamente resta impressa in modo duraturo in ogni spettatore: l’onnipresenza immanente dell’elemento liquido, veicolo di caos e confusione. Pioggia, fango, sputo, piscio, zuppe, vomito, pozzanghere, feci, latte, sudore, sangue costituiscono la martellante colonna sonora di Hard to be a God, attenuata solo dallo splendido bianco e nero della fotografia. È questo Leitmotiv di inafferrabile liquidità a tracciare l’indistinzione e il contatto tra uomini, bestie e cose, disegnando così un’orizzontalità che tende a scalzare la verità storica del potere dittatoriale, verticale. In ciò l’opera di German è un vero viaggio al di là dei confini del nostro pianeta, o almeno del suo senso, è un’indagine del fondo preistorico che ci costituisce, un’avventura propriamente cinematografica avvicinabile alla sfida di uno Stalker tarkovskiano. Alla domanda di Don Rumata su cosa dovrebbe fare Dio, il cosiddetto medico Budakh consiglia: una creazione. Non ce n’è bisogno, il viaggio nel mondo di Arkanor è per noi già eplorazione creativa al massimo grado, per quanto sia sovente un grado sinistro, scomodo, spiacevole.

Dio, al contrario di quanto avviene nel romanzo dei fratelli Strugatsky a cui German si è ispirato, alla fine non coglie l’occasione di tornare sulla Terra dopo la sua escursione fantascientifica. Preferisce l’esilio sul pianeta barbaro, e il destino di erranza su cui terminano le immagini del film. Destino dell’autore German stesso, ostacolato e osannato in patria – da diverse fazioni chiaramente –, influente per i più giovani cineasti russi e incredibilmente dimenticato all’estero. La sua traiettoria anti-ideologica è certamente anomala, perché la sua cifra è l’anacronismo, per quanto se ne stia conficcato nella storia. Forse per questo fu censurato dai regimi e trascurato dagli oppositori. Anacronismo cosmico, in Hard to be a God, e per questo sempre attuale. Ma anche anacronismo romantico, wagneriano nella poetica continuista del rinvio, antitotalitario nel racconto e totalitario nei mezzi. L’esperimento estetico a cui la dittatura della telecamera ci obbliga, se l’accettiamo, diventa esplorazione allucinata della promiscuità di uomini e cose, ridotti al grado zero del senso, a una barbarie ridanciana e ottusa, comunque orgiastica. Difficile dire se tutto ciò esprima una certa Russia, può darsi. Ad ogni modo è fuori dal tempo intelligibile che è raccontata la storia del mondo di Arkanor e del suo massacro finale. Una storia dolorosa, non facile, probabilmente foriera di mal di pancia. Ma anche irresistibile, affascinante, contagiosa. E di questo contagio ne sia testimonianza questa mia scrittura, che si è voluta lasciar contaminare dall’estetica di Alexei German.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: May 05, 2016

Hard to be a God | Es ist schwer, ein Gott zu sein | Film | Alexei German | RUS-CZE 2013 | 177’

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