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Francesco Jodice | Panorama

[…] Attento all’opera finita quanto al processo di produzione, che spesso diviene parte dell’opera stessa, la creatività dell’artista napoletano è al servizio della geopolitica, di cui sa cogliere gli snodi più inattesi e istruttivi.

[…] La fotografia, con la forza alienante – per alcuni metafisica – dell’istante, si attaglia perfettamente a uno stile di ricerca tutto rivolto a far emergere una modernità urbana che amplia o deforma la misura umana.

Quello di Francesco Jodice è un lavoro di ricerca, di documentazione, di denuncia, che trova nella mostra del Fotomuseum di Winterthur una prima occasione di sintesi. Attento all’opera finita quanto al processo di produzione, che spesso diviene parte dell’opera stessa, la creatività dell’artista napoletano è al servizio della geopolitica, di cui sa cogliere gli snodi più inattesi e istruttivi. Al cuore dell’universo geopolitico che le sue opere restituiscono sta una modernità sostanzialmente urbana, rilevata nei suoi aspetti più estremi, alienanti, artificiali. Una modernità mostrata come un progetto allucinante, visionario (vedi il lavoro documentario The Diefenbach Chronicles sull’utopia pioniere di Karl Wilhelm Diefenbach a Capri) o disumanizzante (vedi le installazioni fotografiche sulle megalopoli What We Want) – ma anche visionario e disumanizzante allo stesso tempo (vedi il film Hikikomori sul fenomeno dell’autoesclusione nei giovani giapponesi, o lo spassoso La notte del drive in, che ripercorre l’esperienza italiana del drive in collegata al cinema, a sua volta in parte rappresentante della cultura del drive in). Sì, forse l’umano, come canone antropometrico (come tale, ad esempio, esibito nell’installazione The Crossing), è il leitmotiv in positivo come in negativo dei lavori di Jodice. Molto spesso è ritratto nella sua lontananza dalle infrastrutture globali che lo veicolano e lo dominano – fino alla tragica lontananza dall’umano che emerge nel progetto Solid Sea, una lucida testimonianza della nuova geografia del Mediterraneo, fatta di violenza e indifferenza. Nella liquidità del globalizzato Jodice si muove con la perspicacia di un investigatore, sempre alla ricerca di storie da raccontare. In questo senso appare programmatica la sua grande installazione video-fotografica The Secret Traces – non a caso una delle sue prime opere – in cui seguiamo come in un detective movie connessioni globali che intersecano l’apparentemente insignificante.

Ma della prima ricca retrospettiva mai dedicata a Francesco Jodice, a cura di Francesco Zanot e Thomas Seelig – ed è certamente da lodare la lungimiranza del Fotomuseum di Winterthur – vanno sottolineati anche e soprattutto gli aspetti formali, che rendono il suo lavoro molto più complesso di un pur accattivante esercizio documentaristico. L’apparente eclettismo dei media coinvolti rivela in realtà una coerenza principalmente “fotografica”, che ci sembra stare alla base anche nelle sue molte opere video. La fotografia, con la forza alienante – per alcuni metafisica – dell’istante, si attaglia perfettamente a uno stile di ricerca tutto rivolto a far emergere una modernità urbana che amplia o deforma la misura umana. Installazioni, video, film, oggetti, situazioni e processi performativi, tutto sembra prismaticamente derivare dall’occhio fotografico. E questo vale anche per la trilogia di lungometraggi Citytellers dedicata a tre realtà geopolitiche esemplari: São Paulo, Dubai, la regione del lago Aral. Qui – ma questa è la cifra generale del suo stile – il lavoro documentario è esaltato e a volte trasfigurato da un’attenzione per l’immagine fotografica che non si riduce a mera estetizzazione, bensì caratterizza l’allucinante che Jodice sa cogliere nel reale. Anche la bellezza dell’immagine, a questo punto, può funzionare al contempo come denuncia ed impegno politico.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: March 28, 2017

Francesco Jodice | Panorama | Exhibition | Fotomuseum Winterthur | 11/2-7/5/2017

The exhibition at Fotomuseum Winterthur

Francesco Jodice’s Website

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