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En el séptimo día

[…] Il film si arricchisce inoltre di un ulteriore livello interpretativo, quello del romanzo di formazione, perché nel continuo dilemma del protagonista: giocare la partita di calcio la domenica (e far vincere la sua squadra) o lavorare anche nel settimo giorno consacrato al riposo (“el séptimo día”) assecondando le richieste disumane del suo datore di lavoro, si riflette tutto il conflitto interiore di un giovane alle soglie della maturità.

[…] Come in tanti film realisti, protagonista del film diventa così non solo José ma anche il suo ambiente (che è anche quello del regista) attraverso i vari personaggi che incrociano il suo percorso: fiorai agli angoli delle strade, negozietti sordidi con cabine con film per adulti, monolocali chiassosi e allegri, cucine asettiche, reception scintillanti di lindore.

Una storia in sette capitoli: da lunedì a lunedì; un intero quartiere di Brooklyn: Sunset Park, che José, messicano clandestino, corriere di pasti a domicilio, attraversa in tutte le direzioni in sella ad una bici (un omaggio al capolavoro neorealista Ladri di biciclette?). L’aspetto più pregevole di questo film di Jim McKay non sta solo nello sguardo attento alla condizione degli ispanici immigrati negli Stati Uniti (tra i vari film già realizzati sul tema, si pensi al pluripremiato El Norte di Gregory Nava del lontano 1983), ma nell'originalità con cui qui riescono a coesistere il realismo di luoghi e di situazioni (è un film indipendente con attori non professionisti) e un eccezionale ritmo, dove il qui e l'ora assumono un valore universale, perché la condizione di José è, in realtà, comune a quella di tutti gli immigrati illegali, vulnerabili e privi di diritti.

Il film si arricchisce inoltre di un ulteriore livello interpretativo, quello del romanzo di formazione, perché nel continuo dilemma del protagonista: giocare la partita di calcio la domenica (e far vincere la sua squadra) o lavorare anche nel settimo giorno consacrato al riposo ("el séptimo día") assecondando le richieste disumane del suo datore di lavoro, si riflette tutto il conflitto interiore di un giovane alle soglie della maturità. José è dibattuto fra il dovere di realizzare un progetto di vita e le passioni e la spensieratezza della gioventù, tra il sacrificio per costruire un futuro migliore per sé e per la moglie – ancora a Puebla, in Messico – e il desiderio di condividere un momento di svago insieme ai suoi compagni di casa e di lavoro.

Ecco che in una metropoli dove tutti lavorano tantissimo e in cui il vero lusso è il tempo libero (nell'intero film non si vedrà quasi mai una pietanza servita nel piatto, ma solo ordini da menù e sacchetti per l'asporto), il conflitto implicito tra americani e immigrati non si gioca solo sul piano del diritto a un lavoro dignitoso (i messicani svolgono lavori faticosi o ripetitivi: pulizie, operai nei cantieri, lavapiatti, venditori ambulanti...), ma anche su quello del diritto al riposo, cui però gli ultimi non sembrano avere accesso. In fondo José e il suo capo si contendono proprio qualche ora di libertà la domenica. Infatti c'è una sequenza che rende ancora più stridente questo contrasto: da una parte l'ennesima occasione di intrattenimento per bambini privilegiati – la festa di compleanno della figlia del capo di José – dall'altro i pochi momenti di coesione per ritrovare le proprie radici – le famiglie messicane e cinesi che assistono alla partita dei due team in un campo di calcio di Sunset Park.

Attraverso i continui viaggi di José che, scrupoloso, porta a termine le sue consegne sotto una pioggia fitta, scansando potenziali incidenti e arrivando sempre puntuale a destinazione, anche lo spettatore viene accompagnato nei vari mondi che popolano questo quartiere multietnico e straniante, vivace e indifferente, come la metropoli in cui è situato. Come in tanti film realisti, protagonista del film diventa così non solo José ma anche il suo ambiente (che è anche quello del regista) attraverso i vari personaggi che incrociano il suo percorso: fiorai agli angoli delle strade, negozietti sordidi con cabine con film per adulti, monolocali chiassosi e allegri, cucine asettiche, reception scintillanti di lindore.

La drammaticità del tema non intacca però il registro del film che, sino al finale a sorpresa, trasmette leggerezza e voglia di vivere. McKay inoltre non mira ad un facile j'accuse politico sulla reale situazione dei messicani negli Stati Uniti, ma getta uno sguardo umano su tutti i personaggi, vincitori e vinti, che la passione per lo sport – a tratti – riesce ad avvicinare: si pensi alla conversazione fra José e un americano, appassionato fan di calcio, la cui moglie è messicana; oppure al barlume di simpatia suscitato da Artemisio nel capo di José quando viene a sapere che si è contuso il ginocchio durante una partita a calcio; o al passante che collabora spontaneamente allo stratagemma per fare in modo che quella domenica José sia sul campo di calcio anche nelle ore di lavoro.

Infatti la fratellanza, l'unione, la collettività, come suggerisce il parroco della chiesa del quartiere, sono i punti di forza degli immigrati per poter rivendicare i propri diritti, creare dei sindacati e non arrendersi. Il film si conclude però con una struggente canzone messicana, intonata all'alba, all'uscita dalla metro, da un anziano musicista messicano (che nella vita reale si trovava quell'estate a New York a tentare la fortuna), mentre Jose', in compagnia di due amici, è ancora in sella alla sua bici – come all'inizio del film – ma purtroppo non indossa più il gilet catarifrangente, la sua tenuta da lavoro.

En el séptimo día è un bel film di cui si sentirà parlare, in cui regia, attori, montaggio, sceneggiatura riescono ad arrivare al grande pubblico.

Text: Maria Di Salvatore

First published: August 16, 2017

En el séptimo día | Film | Jim McKay | USA 2017 | 92’ | Locarno Festival 2017

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