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El olivo

[…]. La sua vendita è un tradimento del passato, delle tradizioni di famiglia, della sacralità di un albero che, trapiantato altrove, può sopravvivere poco più di una decina di anni.

[…] Dal bar del paese alle soste in autostrada, dagli edifici incompiuti sul lungomare spagnolo afflitto dalla crisi al fast-food francese: la regista compie un ottimo lavoro nel ricostruire in modo fedele situazioni, ambienti, linguaggio della Spagna odierna e di un’Europa di contrasti.

Il tradimento costituisce il leitmotiv di questo dramma intriso di spunti comici e di denuncia sociale della regista spagnola Icíar Bollaín: l’intreccio molto originale di Paul Laverty (sceneggiatore di gran parte dei film di Ken Loach) è solo in apparenza una favola moderna su un’adolescente, l’intensa Alma, caparbiamente decisa a riportare al nonno, reso muto dal dispiacere, l’ulivo millenario che la famiglia ha venduto qualche anno prima per 30.000 pesetas (la somma sembra alludere ai 30 denari di Giuda). La sua vendita è un tradimento del passato, delle tradizioni di famiglia, della sacralità di un albero che, trapiantato altrove, può sopravvivere poco più di una decina di anni. Ma quando Alma scopre che questa pianta è finita nella hall asettica di una multinazionale tedesca dell’energia, anche gli spettatori sono posti di fronte a un più grave tradimento: quello di un’azienda che sfrutta il pianeta, ma adotta come logo l’immagine di un ulivo (sradicato dalla sua terra). Evocativa è la fotografia di Sergi Gallardo che accentua il contrasto tra passato e presente; natura e artificio, come nella sequenza iniziale che oppone i bellissimi filari di ulivi all’opprimente pollaio stipato di povere bestiole, dove lavora Alma.

Poco importa che la protagonista ricorra a una serie di bugie e di piccoli tradimenti per raggiungere il suo scopo; occorre davvero la sua follia senza un progetto preciso per accedere a una moderna roccaforte inespugnabile. Il suo percorso in camion, il cui abitacolo diventa spesso un confessionale tra Spagna, Francia e Germania, è anche un viaggio interiore, di maturazione per lei come per i suoi due compagni di avventura: lo zio (un bravissimo Javier Gutiérrez) e l’amico Rafa, anche loro costretti dalle circostanze a nascondere e tradire. Per vivere serenamente il presente, Rafa suggerisce ad Alma di non ritornare sul passato, ma lei dimostra che non è questa la soluzione. In cima all’ulivo ritrovato, in lacrime come a otto anni, quando vi si era arrampicata per opporsi al taglio della pianta (un omaggio allo zio Teo di Amarcord?), Alma si riconcilia con i valori trasmessi dal nonno: sarà troppo tardi per riportargli la pianta, ma così ha ottenuto una vittoria morale di cui lui andrebbe fiero.

Dal bar del paese alle soste in autostrada, dagli edifici incompiuti sul lungomare spagnolo afflitto dalla crisi al fast-food francese: la regista compie un ottimo lavoro nel ricostruire in modo fedele situazioni, ambienti, linguaggio della Spagna odierna e di un’Europa di contrasti. Peccato che la carica emotiva, affidata ai protagonisti, appaia a volte un po’ sopra le righe, complice un linguaggio espressivo a tratti sboccato. Un film molto interessante ed emozionalmente ricco, anche grazie alla bravura della protagonista, Anna Castillo (premio Goya), degli altri attori e di tutto il cast.

Text: Maria Di Salvatore

First published: February 28, 2017

El olivo | Film | Icíar Bollaín | ES 2016 | 100’ | Cineclub in lingua spagnola, Cinema Otello Ascona

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