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El abrazo de la serpiente

[…] In un racconto dai toni documentaristici il cineasta colombiano mette i piedi nel piatto del colonialismo con nuova freschezza di idee: non si tratta solo di denunciare, di accusare, di rivendicare la verità predatoria e violenta dell’occidente, ma di svelarne una piega profonda, quella del sapere. Infatti è l’avventura di due uomini di scienza a segnare la vita della coscienza dei Cohianou incarnata dallo sciamano protagonista.

Ciro Guerra ha prodotto un film di immersione. Non solo in un’Amazzonia splendidamente fotografata in bianco e nero, ma in una cultura arcaica e contemporanea, altra da quella occidentale. In un racconto dai toni documentaristici il cineasta colombiano mette i piedi nel piatto del colonialismo con nuova freschezza di idee: non si tratta solo di denunciare, di accusare, di rivendicare la verità predatoria e violenta dell’occidente, ma di svelarne una piega profonda, quella del sapere. Infatti è l’avventura di due uomini di scienza a segnare la vita della coscienza dei Cohianou incarnata dallo sciamano protagonista. Un percorso biografico che diventa un percorso mentale, un’evoluzione culturale. Se da una parte il sapere tecnico, asservito alla mano brutale dello sfruttamento del prossimo, è il nodo di perversione che anima le ondate infinite di Conquista da parte dell’uomo bianco, dall’altra resta proprio il sapere l’unico ponte possibile tra culture diverse, permettendo così di arrivare ad una conversione umanista dell’uomo bianco. L’indigeno non deve più scappare, resistere, autonomizzarsi, ha il compito piuttosto di “insegnare” al sapere occidentale un’altra via. Certo, qui la liberazione che viene auspicata si tinge di romanticismo, con il richiamo all’armonia con la natura, alla saggezza dei sogni e dei sentimenti. Quando il racconto scivola nella contrapposizione tra tecnica e umanità – contrapposizione tutta occidentale… – allora si sfalda, si indebolisce. Comunque, questa possibile debolezza è ben bilanciata dalle virtù dell’avventura, anche perché questo road movie si muove su acque tortuose e segue le piste di un trip mentale. Beninteso, l’estetica dell’immagine è tutt’altro che psichedelica, e il trip, appunto, resta molto mentale. Forse avrebbe giovato alla dinamica del film, almeno verso la fine, una vera liberazione estetica dall’esitazione documentaria che lo domina. Un tentativo, breve e poco convincente, è il sogno finale attraverso l’essenza della yakruna fino a una rinascita del botanista americano. Si tratta di una sequenza talmente artificiale da risultare poco credibile – ad eccezione delle bellissime immagini del giaguaro che doma il serpente. All’uscita dalla sala, ad ogni modo, sentiamo che il film si muove all’interno di una riflessione giusta e benvenuta sul problema sempreverde del colonialismo. Esteticamente si resta incerti, ora ammaliati dall’esperienza visiva, ora raffreddati dal rigore documentaristico. Si intuisce però che la grande coerenza dell’insieme è capace di far inscrivere questo film nel fondo della nostra memoria.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: May 02, 2016

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