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Edoardo Albinati | L'immagine e la parola

[…] Siamo di fronte alla lezione di un vero maestro, che mette a nudo tutta la saggezza del mestiere, meglio: dei mestieri, quello di scrittore e quello di insegnante allo stesso tempo.

[…] Eppure, da questa tre giorni di incontri emerge ben il profilo “estetico” di Edoardo Albinati, ed è quello di un uomo saggiamente ancorato alla cultura classica, con l’umiltà dell’artigiano e un gusto per l’approccio empirico ai problemi della scrittura.

[…] E ci sembra di comprendere che la fiaba agisce su di lui come un potente modello sotterraneo, almeno formalmente, per una scrittura che comunque predilige un’attinenza al vero, al reale.

Dopo le 1300 pagine della Scuola cattolica e un premio Strega, Edoardo Albinati viene a Locarno e ad Ascona a parlare di sceneggiatura. Detta così sembra una congiuntura improbabile, ma la manifestazione della Primavera locarnese legata al Locarno Festival, L’immagine e la parola, trova con Albinati, ancora una volta, una formula vincente. L’autore romano, infatti, si è lungamente confrontato con la “scrittura di servizio”, più precisamente con la sceneggiatura, e nella Masterclass che apre la tre giorni locarnese ci racconta questo mestiere particolare, la sceneggiatura, mettendo a frutto la competenza dello scrittore e la grande esperienza dell’insegnante. Questo incontro sarà solo il primo di una serie in cui Albinati diventa curatore, insieme a Carlo Chatrian e Daniela Persico, e ci coinvolge nel suo mondo di parole e cinema, tra cui spiccano i nomi di Cristian Mungiu e Marco Bellocchio.

Siamo seduti tra i banchi dell’aula grande di Monte Verità ad Ascona e ci sembra di tornare a scuola. Siamo di fronte alla lezione di un vero maestro, che mette a nudo tutta la saggezza del mestiere, meglio: dei mestieri, quello di scrittore e quello di insegnante allo stesso tempo. Con generosità Albinati va dritto al dunque, regalando consigli preziosi agli apprendisti sceneggiatori: in un adattamento non bisogna riassumere o condensare, bensì tagliare, selezionare; trovare i temi e i personaggi è la prima mossa per uno sceneggiatore; è più interessante quando in una storia si scoprono più drives; bisogna puntare dritto alle tre o quattro scene forti, perché non ne rimarranno più di tante nella memoria dello spettatore; per questo, è importante saper dosare, non affollare di intensità lo script, ritmarlo secondo il principio della respirazione, una questione di sistole e diastole; la violenza è certamente un vettore strategico per il dramma, ma è più efficace se usata con parsimonia; idealmente va trovato un equilibrio tra originalità dei caratteri e loro riconoscimento per tipizzazione; l’invenzione è l’unico modo di approfondire la realtà, perché è invenzione la memoria stessa e ogni forma di ricostruzione; dare senso è più un lavoro di sottrazione che di aggiunta; in questo, farsi piacere quel che non piace può anche essere un esercizio di distanziamento utile, che permette poi di lavorare meglio in sottrazione, etc.

Anche indipendentemente da tutti questi saggi consigli, l’esempio di Albinati già funziona grazie alla sua lingua, diretta e semplice, ma al contempo naturalmente forbita. Lo scrittore procede in modo non sistematico, ma le sue parole fluiscono sicure, mai un tentennamento, le frasi sono quadrate, i concetti chiari, le idee concrete, di buon senso ma mai scontate, perché sono evidentemente il frutto di lunga esperienza. Basterebbe forse analizzare il suo modo di parlare per imparare a scrivere, e ad usare la scrittura, in questo caso per il cinema. Quanto al rapporto con le immagini, lo scrittore – e con lui lo sceneggiatore – preferisce fare un passo indietro, tenendosi alle sue competenze e lasciando spazio e rispettando il ruolo del regista, il quale deve sapere far emergere il linguaggio proprio delle immagini, dalle scelte di inquadramento fino al tavolo di montaggio. Non ci sono ricette sicure per arrivare a scrivere e realizzare un buon film. Si tratta di saper ascoltare, di adattarsi alle situazioni, di volta in volta. Quella di Albinati è meno una lezione di stile e più una lezione di metodo.

Eppure, da questa tre giorni di incontri emerge bene il profilo “estetico” di Edoardo Albinati, ed è quello di un uomo saggiamente ancorato alla cultura classica, con l’umiltà dell’artigiano e un gusto per l’approccio empirico ai problemi della scrittura. «La linearità del racconto è il percorso mentale sano, la non-linearità il percorso disturbato», «bisogna sempre andare nel verso dell’opera, è fondamentale», «resto legato all’approccio narrativo di chi comincia dicendo: “e adesso voglio raccontarvi una storia”, due punti, etc.». Ritornano spesso i riferimenti alla collaborazione con Matteo Garrone per il film Il racconto dei racconti, che traspone sullo schermo tre fiabe de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, come anche i riferimenti a un adattamento delle Metamorfosi di Ovidio. E ci sembra di comprendere che la fiaba agisce su di lui come un potente modello sotterraneo, almeno formalmente, per una scrittura che comunque predilige un’attinenza al vero, al reale.

A volte abbiamo l’impressione di non sollevarci mai troppo in alto nell’universo che Albinati costruisce durante L’immagine e la parola. Più del lirismo, della riflessione metafisica, o della sperimentazione linguistica, preme il bisogno di giustezza nella scrittura, e una metodologia di collaborazione nella sceneggiatura, improntata a un’oggettività che si misura sulla credibilità e la verosimiglianza. Ma proprio per questo scopriamo un’importante vocazione “formativa”, “scolastica” – nel senso buono del termine – della manifestazione di quest’anno, ampiamente votata alla collaborazione con la SUPSI di Locarno. Sì, forse oggi nella scuola c’è meno bisogno di ispirazioni trascendentali, di picchi inarrivabili, e più di esempi concreti, vicini alla pratica, che non disdegnano l’esercizio, la tecnica, il mestiere. L’universo di Albinati è fatto di sano empirismo e permette così di stabilire una piattaforma solida a partire dalla quale ognuno potrà poi cimentarsi a scoprire i limiti dell’immagine e della parola, e i limiti della loro connessione. C’è sempre bisogno di una casa perché poi l’esplorazione abbia senso e porti i suoi frutti.

Text: Giuseppe Di Salvatore
First published: March 14, 2017

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