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Cocote

[…] Un cristianesimo della campagna, animista e vendicativo, si oppone così a un cristianesimo della città, ortodosso e puritano: Alberto torna al villaggio con la camicia bianca, benché il suo esser moderno si riduca in fondo allo statuto di servo dei ricchi.

[…] L’alternanza di dramma familiare e trance documentaria crea così uno stile sui generis, il quale ci fornisce tanto l’immedesimazione empatica di un cinema d’immersione quanto la distanza del saggio cinematografico.

[…] Questa dialettica tra immersione e distanza critica mi sembra la cifra vincente di «Cocote», la quale si riproduce nella dialettica tra tragedia e ironia, presente in quasi ogni scena, nonché in un montaggio che premia tanto la verosimiglianza quanto l’astrazione espressiva.

Il crimine è certamente una forza del cinema, e il cinema è un dispositivo che gioca con l’immaginazione e soprattutto con la credenza. Cocote mette al centro entrambi, il crimine e la credenza, ma da un punto di vista particolare, che è quello del lutto. Nella famiglia di Alberto, lutto è il lavoro di accettazione di un padre assassinato brutalmente, e lutto è il confronto serrato tra vecchie e nuove mentalità, che si scontrano nella scelta di vecchi e nuovi rituali per onorare il defunto. Un cristianesimo della campagna, animista e vendicativo, si oppone così a un cristianesimo della città, ortodosso e puritano: Alberto torna al villaggio con la camicia bianca, benché il suo esser moderno si riduca in fondo allo statuto di servo dei ricchi. Il vuoto creato da un padre a quanto pare irruento e litigioso apre all’interno della famiglia un vero e proprio contenzioso: l’animosità delle donne che cercano giustizia nell’anarchia si contrappone alla figura debole del primogenito, che in quanto tale nonostante tutto è rispettato da tutti – assassini compresi – come capo della famiglia. Alberto crede alla legge, all’ordine costituito, che dovrà anch’egli imparare a considerare inesistente, dal momento che la polizia nazionale si rivela essere il primo attore di violenza e illegalità.

In questo dramma in cui i momenti privati sono sempre superati da un interesse di critica sociale, Nelson Carlo De Los Santos Arias si dedica a un lavoro antropologico che vuole più mostrare che dimostrare. Accanto alle accuse dirette a una società frammentata dalla corruzione e dalla violenza delle istituzioni – istituzioni religiose comprese – il regista domenicano ci restituisce lunghissime sequenze del rito funereo che si snoda tradizionalmente per tutta una novena, in cui la presenza della musica e dei canti spesso e volentieri travalica la narrazione con il suo potere ipnotico ed estraniante. Questi lunghi stralci a tenore documentario stravolgono la linearità di un racconto drammatico che resta impostato secondo modalità abbastanza tradizionali attraverso un lavoro attoriale d’eccezione. L’alternanza di dramma familiare e trance documentaria crea così uno stile sui generis, il quale ci fornisce tanto l’immedesimazione empatica di un cinema d’immersione quanto la distanza del saggio cinematografico.

Questa dialettica tra immersione e distanza critica mi sembra la cifra vincente di Cocote, la quale si riproduce nella dialettica tra tragedia e ironia, presente in quasi ogni scena, nonché in un montaggio che premia tanto la verosimiglianza quanto l’astrazione espressiva: la sospensione della sincronia, l’uso spregiudicato del bianco e nero, le inquadrature a camera fissa seguiti liberamente da sequenze a camera mossa sono tutti indizi formali di uno stile intuitivo ed espressivo che sovrappone costantemente l’occhio personale del regista al fluire del racconto drammatico. In questo modo, in quanto spettatori guadagniamo un luogo privilegiato in cui fare esperienza diretta di una realtà lontana come quella della Repubblica Dominicana, avendo al contempo l’agio per una riflessione critica.

Durante la proiezione locarnese a cui ho partecipato la sala ha riso spesso, forse non sempre cogliendo il dramma di una cultura le cui forme espressive possono suonare esagerate nella lontana Europa. Molti spettatori erano forniti di un campanello – che nel film compare come parte integrante del rito funebre; sia all’inizio che alla fine della proiezione se ne è sentito il suono, manifestandosi così una partecipazione del pubblico che è stata anch’essa empatica e distante allo stesso tempo. Infatti, si trattava di un uso divertito del gadget distribuito dal team del film oppure di una sentita compassione per il dramma sullo schermo? Non c’è una risposta univoca a questa domanda bensì l’ambiguità di un discorso che si vuole consapevolmente ambivalente, perché ambivalente non può che restare l’identità mulatta del Paese che con Cocote cominciamo a conoscere. Forse quella dell’identità è più propriamente una non-questione, come ha voluto sottolineare De Los Santos Arias stesso durante la Q&A. La tradizione, le tradizioni, la religione, le religioni, le credenze e la certezza muta della violenza di classe e dell’abuso istituzionale della violenza, ma anche il profondo vincolo familiare, gli affetti fraterni e infine la mutazione di uno sguardo ingenuo e schiavo in una consapevolezza secolare e sgamata, tutti questi ingredienti stanno insieme in una non-identità mulatta che sa definirsi per la sua impossibilità a definirsi.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: August 12, 2017

Cocote | Film | Nelson Carlo De Los Santos Arias | DOM-ARG-DE-QAT 2017 | 106’ | Locarno Festival 2017 | Filmar en América Latina Festival Genève 2017

Signs of Life Award at Locarno Festival 2017

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Screenings at Filmar en América Latina Festival Genève in November 2017

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