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Cemetery of Splendour

[…] In questo mondo di dolcezza, la spiritualità, il passato, i morti e i sogni trovano una via di comunicazione sempre più diretta con il mondo presente e cosciente; si crea una vera e propria continuità tra reale e immaginario, fino a far perdere di significato questa stessa distinzione.

[…] Il cinema di Weerasethakul è allucinante e allucinato a raccontarsi, ma perfettamente normale e sensato a vedersi. La sua bellezza sta nella capacità di farci entrare in questo mondo dove immaginario e reale si abbracciano, e soprattutto di farci fare l’esperienza dell’assoluta sensatezza di questo mondo.

Basterebbe prendere sul serio la peculiare vicinanza di date, nel calendario cattolico, tra il giorno dei santi e quello dei morti per ricordarsi come anche in Occidente queste due categorie si amalgamano in quel fenomeno universale che è il culto degli antenati. I morti sono santi, in qualche modo, o comunque sacralizzati, presenti in spirito, fondo della spiritualità. Ed è proprio attorno a questo nodo spirituale che è costruito il film di Apichatpong Weerasethakul, il quale dunque solo apparentemente risulta lontano dal nostro mondo, nel suo scambio emotivo e percettivo tra vivi e morti. La natura tropicale della Thailandia può apparire esotica, ma Cemetery of Splendour ci ricorda semplicemente qualcosa di essenziale iscritto nel codice genetico dell’uomo: che la vita non è fatta di solo presente e di sola materia, ma che il passato, i morti e i loro spiriti sono ugualmente presenti. Con essi è la visione stessa ad essere riscattata, il suo raggio di azione potenziato, e l’immaginazione rivendicata come cuore pulsante del cinema stesso.

Certo, Weerasethakul ci rammenta anche l’altro lato della medaglia: che i santi sono morti – potremmo dire – visto che i Caterpillar, la burocrazia statale con le sue spiegazioni scientifiche impartite al popolo, o i dettami di buona condotta della scuola, coprono o violano il terreno del palazzo dei re. Infatti, tutto si svolge in un solo luogo, una vecchia scuola ora trasformata in ospedale temporaneo, perché minacciato dalle ruspe di uno Stato che medita altri progetti su quel terreno che fu residenza dei re.

In questo quadro, Jen è volontaria e si prende cura degli ospiti dell’ospedale improvvisato, militari affetti da una strana malattia del sonno. Il film è dunque immerso nella pace del sonno degli uomini, che giacciono orizzontali in uno stanzone di legno, pieno di luce. Alla forte presenza di una natura beninga si aggiunge l’amorevole cura delle donne, che parlano piano e si prodigano per la qualità del sonno dei loro pazienti, cercando di comprendere i loro sogni, di mediare tra il visibile e l’invisibile. In questo mondo di dolcezza, la spiritualità, il passato, i morti e i sogni trovano una via di comunicazione sempre più diretta con il mondo presente e cosciente; si crea una vera e propria continuità tra reale e immaginario, fino a far perdere di significato questa stessa distinzione. Attraverso la conoscenza della giovane medium Keng la storia di Jen, che si lega sempre più alle sorti del militare Itt, diventa un crescendo di fusione tra prosaico e spirituale. La spiritualità perde ogni trascendenza e si diffonde orizzontalmente nella realtà. Paradigmatica, a questo proposito, è la bellissima lunga sequenza in cui Keng incarna il sogno e la visione di Itt e passeggia con Jen nel giardino dell’ospedale in un va e vieni di visioni presenti e passate, dove il palazzo dei re, la scuola e l’ospedale si confondono in una sola realtà poetica – in cui appaiono anche due dee in carne ed ossa.

Il cinema di Weerasethakul è allucinante e allucinato a raccontarsi, ma perfettamente normale e sensato a vedersi. La sua bellezza sta nella capacità di farci entrare in questo mondo dove immaginario e reale si abbracciano, e soprattutto di farci fare l’esperienza dell’assoluta sensatezza di questo mondo. La poesia, così, non assume note arcane, lontane o esotiche, perché è pienamente immersa nella prosa del quotidiano, con le sue vicende concrete, con la sua ironia, persino la sua malizia. Cemetery of Splendour, in particolare, esalta il femminile, la sua dolcezza, la cura, il compito di mediazione con il passato, i morti, l’inconscio. Gli uomini sono guerrieri fuori gioco, soldati o re, oppure – nell’ultima scena – ignari ragazzini che giocano a calcio sullo sfacelo della terra che custodisce la memoria degli antenati. Dopo due ore di visione, come Jen sembra riconciliarsi con il suo handicap della gamba deforme, così noi ritroviamo il piacere di un mondo fatto non solo di cose, ma di significati, dove la spiritualità è una parola scritta con la minuscola, dove il passato è presente, le divinità appaiono, i sogni si materializzano, l’immaginazione ci guida e un cimitero ci appare come un giardino gioioso, quasi un Eden. Cemetery of Splendour agisce come un balsamo.

Nota finale: solo alla fine scopriamo il primo piano del volto di Jen, ormai trasfigurato dalle visioni, nel tentativo di mantenersi in equilibrio tra i vivi e i morti. Altrimenti durante il film non ci sono primi piani, non ci sono identità forti, che si impongono con violenza. Apichatpong Weerasethakul ci fa così riflettere anche sulla funzione del volto sul grande schermo, sull’irrealtà dei primi piani, forse sulla violenza del volto, dell’individuo. In questo modo ci insegna come il cinema può essere reale e immaginario insieme, poetico e prosaico, senza ricorrere all’eroismo, alla violenza, al crimine. Non muore nessuno, in Cemetery of Splendour, e non ci sono scene d’amore, eppure amore e morte sono presenti in tutta la loro complessità, nelle figure intermedie del sonno e della visione, e nell’amore di Jen, quello prosaico per il marito americano, quello poetico per Itt, quello trasfigurato per la giovane Keng, quello religioso per le divinità. Siamo dinanzi ad un altro cinema, che pure è un cinema al cento per cento, perché parla proprio dell’essenza del tempo e della visione.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: June 01, 2016

Cemetery of Splendour | Film | Apichatpong Weerasethakul | THA-UK-FR-DE 2015 | 122’ | Bildrausch Basel

Hauptpreis “Ring der Filmkunst” am Bildrausch Basel

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