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Andrea Martignoni | Masterclass at Animatou

[…] Grazie a questo sviluppo compositivo, il discorso sonoro spesso si allontana da quello delle immagini, per creare un dialogo con lui, e per poi rifluire in ulteriori suoni semplici di nuovo in consonanza con le immagini. «È un va e vieni magico, che si trova strada facendo».

[…] Quindi ci invita concretamente a fare dapprima l’esperienza di solo “ascolto” della banda sonora, cosa che ci obbliga a capovolgere la tradizionale percezione di un film, in cui la dimensione visiva inesorabilmente prevale su quella sonora, la quale vien spesso digerita solo ad un livello subliminale.

[…] Ma dove il dialogo tra suono e immagine assume un rilievo drammatico, nel senso positivo del termine, è laddove la regia cede il passo all’atto creativo, ovvero si colloca nell’atto creativo stesso.

Andrea Martignoni, un artista in dialogo

Arrivo a Ginevra con la curiosità e l’ignoranza: con la curiosità di scoprire e approfondire la realtà sonora dei film d’animazione, e di incontrare una delle figure di spicco di questo settore della creazione, Andrea Martignoni; con l’ignoranza su un ambito tanto creativo quanto tecnico come quello del sound design e della composizione sonora dei film di animazione. Nella masterclass organizzata dal Festival Animatou, mi trovo dinanzi ad una persona accogliente, che espone i suoi lavori con semplicità e fa emergere con pacatezza tematiche di grande interesse per la comprensione e una nuova percezione del film di animazione.

Proprio perché l’animazione permette all’immagine la più grande libertà, limitata quasi solo dai tempi lunghi di produzione e quindi dalle capacità di produzione, il compito che assume la banda sonora è spesso quello di ancorare il registro delle immagini a un discorso unitario, coerente, di ridurre lo spettro delle possibilità, non di aumentarlo. Da qui la tendenza a creare un suono-ambiente che rischia di sfociare nell’esemplificazione dell’immagine, nella mimesi dell’immagine, con una funzione evocativa della realtà a cui le immagini potrebbero riferirsi. Il margine creativo è limitato al solo ambito definito da questo compito? A questa domanda “classica”, la Masterclass di Andrea Martignoni a Ginevra costituisce una risposta positiva e negativa allo stesso tempo.

Innanzitutto, già al livello della raccolta dei suoni, il legame alla realtà è tutt’altro che univoco: «Secondo me si può prendere il paesaggio sonoro come tale, il paesaggio naturale, per così dire, ma si può anche intervenire nel paesaggio, creare dei suoni di sana pianta». Martignoni si dichiara ispirato dalla grande lezione di Edgard Varèse sull’“organizzazione delle masse sonore”, o ancora dalle modalità di composizione sulla base dei suoni del mondo sviluppate dagli esperimenti di Pierre Schaeffer o Pierre Henry. Dai molti esempi di film che sono proiettati durante la Masterclass, infatti, è chiarissimo che Martignoni ama comporre o, meglio, sviluppare, costruire, a partire da suoni semplici che possono essere più facilmente accoppiati, quasi esplicativamente, alle immagini e alla loro specifica evoluzione drammatica. Grazie a questo sviluppo compositivo, il discorso sonoro spesso si allontana da quello delle immagini, per creare un dialogo con lui, e per poi rifluire in ulteriori suoni semplici di nuovo in consonanza con le immagini. «È un va e vieni magico, che si trova strada facendo». E qui sta forse uno dei segreti della plasticità del lavoro di Martignoni con l’animazione: un lavoro descrittivo e autonomo allo stesso tempo, o a fasi alterne, che riesce così a creare una serie di “onde di emergenza sonora”, ovvero a creare, appunto, un vero e proprio dialogo con le immagini.

«Mi piace essere completamente al servizio del film» – dichiara Martignoni. Ma ormai comprendiamo cum grano salis questa affermazione, ché si tratta qui di un servizio che non significa subordinazione, bensì paritaria collaborazione. Infatti, nella Masterclass ci racconta di un esperimento che ha realizzato con l’artista Blu, in cui ha creato la banda sonora in piena autonomia, intervenendo Blu con le immagini solamente in un secondo momento. «Quello con Blu è stato un incontro artisticamente importante nel mio percorso» – ci confessa Martignoni. Quindi ci invita concretamente a fare dapprima l’esperienza di solo “ascolto” della banda sonora, cosa che ci obbliga a capovolgere la tradizionale percezione di un film, in cui la dimensione visiva inesorabilmente prevale su quella sonora, la quale vien spesso digerita solo ad un livello subliminale. Interessante notare, in questa esperienza, che non per questo il risultato finale sia centrato sul suono, perché Blu è stato capace di costruire un discorso di immagini che più volte sa prendere il sopravvento sul discorso sonoro.

Dopo questa esperienza siamo ancora più in grado di apprezzare il “dialogo” tra immagine e suono, siamo ormai come “risvegliati” ad un approccio percettivo più complesso e ricco. Ed è con questo approccio che possiamo apprezzare appieno un’altra opera scaturita dalla collaborazione con l’artista Blu, famoso per utilizzare i muri e altre varie superfici pubbliche come base per le sue animazioni. In Big Bang Big Boom (2010), la “rincorsa animata” lungo la storia del nostro pianeta si raddoppia in una rincorsa, o meglio una fuga a due voci, tra il suono e l’immagine, i quali si incalzano incessantemente l’un l’altro, creando appunto quelle “onde di emergenza sonora” di cui parlavo prima. È interessante notare come questo dialogo si realizza anche nel caso in cui l’animatore e regista imponga delle restrizioni all’artista sonoro con richieste precise, o semplicemente creando immagini che già contengono un esplicito riferimento a un suono – come nel caso del bel film di Roberto Catani La testa tra le nuvole - Absent Mind (2013, Mention special al festival di animazione di Annecy). Nel caso dello splendido film di Soetkin Verstegen Mr. Sand (2016), invece, osserviamo come ulteriori limiti, questa volta determinati dalla tematica molto specifica del film – l’epoca degli albori del cinema – possono ugualmente permettere all’artista sonoro di sviluppare un discorso evocativo e costruttivo allo stesso tempo.

Ma dove il dialogo tra suono e immagine assume un rilievo drammatico, nel senso positivo del termine, è laddove la regia cede il passo all’atto creativo, ovvero si colloca nell’atto creativo stesso. È precisamente in questa direzione che mi sembrano andare tutta una serie di esempi che Andrea Martignoni ci restituisce durante la Masterclass. Per esempio, questo è il caso dei laboratori con i bambini, che ha realizzato a più riprese a Bologna, in Europa e in tutto il mondo. Limitando la guida del lavoro creativo dei bambini al semplice superamento di qualche problema tecnico, i bambini procedono alla creazione di un breve film di animazione a partire dalla raccolta dei suoni, che vengono poi montati e solo alla fine “animati” con le immagini. E un secondo caso particolarmente interessante è quello dei laboratori tenuti da Martignoni a Viborg, in Danimarca, con giovani studenti di animazione tra i 20 e i 25 anni: qui le regole del gioco erano di costituire dei gruppi di cinque persone e di produrre un’animazione di trenta secondi in meno di cinque giorni. Una velocità record, si potrebbe dire, che invece ha permesso di ottenere risultati molto efficaci: la semplicità degli elementi utilizzati e la necessità di far lavorare l’intuizione e di lasciar spazio alle soluzioni che si impongono nella pratica, infatti, ha prodotto delle animazioni di grande immediatezza. Questa speciale virtù della velocità di produzione si può riscontrare anche nel caso del film del bulgaro Boris Pramatarov, Postindustrial (2014), creato sulla base della poesia del fratello Kaloyan Pramatarov. «Avevo solo una settimana per fare il sonoro del film: mi è sembrato interessante… Alla fine l’ho realizzato in due giorni, attraverso una procedura quasi di improvvisazione». E la velocità di produzione emerge anche sul versante dell’animatore, come esplicitamente voluto da Magda Guidi, nel suo lavoro San Laszlo contro Santa Maria Egiziaca (2014) che ha visto Martignoni collaborare con il musicista e DJ Gianluca “Shango” Pellegrino.

È proprio l’improvvisazione il versante che sembra appassionare in modo particolare Andrea Martignoni. «Oltre a Blu, un altro incontro artistico molto importante per me è stato quello con Pierre Hébert». Con questo straordinario artista canadese Martignoni sperimenta delle vere e proprie performance, in cui tanto l’immagine quanto il suono vengono prodotti live, su pellicola 16mm, in spettacoli di quaranta minuti che producono animazioni di grandissima forza e inventiva. Le modalità di “esecuzione” sono quelle del pioniere Norman McLaren. Non stupisce, allora, che un’altra collaborazione importante, per Martignoni, sia stata quella con il musicista Fred Frith, che ha fatto della composizione improvvisata un caposaldo della sua estetica.

La Masterclass di Ginevra, e in generale la scoperta e l’approfondimento del lavoro sonoro nel film, costituiscono anche per un profano un essenziale esercizio di conversione della percezione, di “risveglio” della sensibilità verso la ricchezza del linguaggio filmico. In ciò l’animazione in particolare, e in questo caso il lavoro eccezionale di un artista come Andrea Martignoni, permettono di apprezzare appieno le virtù estetiche e drammaturgiche del dialogo che suono e immagini sanno intrecciare.

Text: Giuseppe Di Salvatore

First published: October 14, 2016

Andrea Martignoni | Masterclass | International Animation Film Festival Animatou, Genève | 10/10/2016

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